LA MALEDIZIONE DEL GRAFAL

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L’esistenza del popolo di Escor era una gabbia dorata. L’immortalità promessa dal Grafal, l’albero degli dei, si era trasformata nella più crudele delle maledizioni, forse a causa del sangue versato durante la grande guerra tra maghi. Coscienze prigioniere di un corpo che non voleva morire, che rimarginava qualsiasi ferita, che continuava a pompare sangue anche in mancanza di organi vitali. La mutilazione trasformava il corpo in uno scherzo della natura, il fuoco bruciava le carni condannando gli uomini ad un dolore perpetuo. Ma la morte, la più desiderata di tutte le dame, non arrivava.

Adrassan voleva rompere quella maledizione. Era convinto che l’oracolo del popolo antico, che aveva lasciato Actartius secoli prima, poteva dargli le risposte che cercava; un modo per convincere la morte a compiere nuovamente il suo dovere, per il popolo di Escor, per la sua amata Selina e per se stesso.

Pensa a tutto questo Adrassan mentre guida i suoi uomini dentro la giungla, seguendo le urla dei compagni. Procedono attraverso la pista aperta dai maceti poche ore prima. Le urla si fanno più distinte, si mischiano ad altri suoni, rami spezzati, sordi tonfi e altri inconfondibili rumori di battaglia. Il sentiero si apre su uno spiazzo di bassa vegetazione. I compagni sono laggiù, ma alcuni di loro non sono più uomini.

Almeno sette marinai sono stati infettati dall’alga. Si sono rivolti contro i loro compagni, mettendo mano alle armi. Uno di loro è in uno stato più avanzato della mutazione. Adrassan capisce che si tratta dell’uomo lasciato sullo scafo, ed è stato lui che probabilmente ha contagiato gli altri.

La battaglia infuria, ma come ogni conflitto tra i maledetti di Escor non è possibile aspettarsi alcun vincitore. Le spade infilzano, tagliano, ma non elargiscono ai vinti il dolce ultimo respiro. Adrassan ed i suoi uomini hanno una sola possibilità: ritirarsi verso la spiaggia e salpare alla volta del vascello.

Mantenendo una formazione serrata i marinai non infettati iniziano la ritirata. Gli uomini-alga sembrano più impacciati nei movimenti, ma la loro forza è superiore, complice il loro aberrante mutamento. Prima di raggiungere le spiagge altri due marinai rimangono vittime del contagio.

«Presto, sulle scialuppe! Lasciamo questa dannata isola!» urla Adrassan alla ciurma.
Gli uomini raggiungono le imbarcazioni, tagliano gli ormeggi. Sono rimasti in poco più di venti. Iniziano a remare come dei forsennati.

«Aspettate! Aiutatemi!»
La voce è quella di un compagno. È rimasto indietro e urla disperato mentre si muove nell’acqua che gli arriva ormai alla cintola. Dietro di lui gli uomini alga si rovesciano sulla spiaggia, esistenze corrotte dentro corpi contorti. Le scialuppe hanno ormai raggiunto il largo.

«Dobbiamo tornare a prenderlo!» ordina Adrassan.
«No. Capitano, non lo faccia! Non lo vede che l’alga ha preso anche lui!» urla un marinaio indicando il volto dell’uomo in mare. L’alga gialla gli ricopre metà faccia.

È vero. L’alga ha contagiato anche lui, ma c’è qualcosa di strano. Non è come gli altri. Il principe di Escor sente che quell’uomo è stato solo infettato nel corpo, ma la sua mente è ancora intatta.
«Aiutatemi, vi prego!» continua ad urlare.
Intanto gli uomini-alga si tuffano in mare ed incominciano ad avvicinarsi alle scialuppe.

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L’ISOLA MALEDETTA

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Adrassan ordina ai suoi uomini di lasciare lo scafo. Rapidamente ma facendo molta attenzione i quattro marinai, seguiti dal principe di Escor, riconquistano la spiaggia. Il compagno infetto invece rimane nell’ombra del relitto, prigioniero della strana alga.

«Che ne sarà di lui?» domanda uno degli uomini.
«Non so» gli risponde Adrassan, «ma si sta facendo buio, e non mi va di rischiare oltre. Torniamo al campo. Domani decideremo il da farsi…»
E detto ciò il gruppetto si mette in cammino lungo la costa. Il resto dell’equipaggio ha già montato le tende ed acceso un grande fuoco sulla sabbia. La notte tiepida dell’equatore trascorre serena, nel silenzio interrotto a volte dai versi degli strani animali della giungla vicina.

La mattina dopo Adrassan divide l’equipaggio in due gruppi di quindici unità. Il suo parte alla volta dello scafo. Vuole scoprire cosa ne è stato del marinaio infettato dall’alga. L’altro gruppo, armato di tutto punto,  inizia ad esplorare l’interno dell’isola, alla ricerca di viveri.

Ma quando il principe ed i suoi uomini si avvicinano allo scafo abbandonato, scoprono che l’alga e il loro compagno sono spariti. La cosa preoccupa non poco Adrassan, che decide comunque di esplorare il relitto. Si tratta di un imbarcazione eccezionale, appartenuta ad un civiltà con conoscenze tecnologiche avanzate. Adrassan è convinto che sia una nave del popolo antico.

Il sole è già alto quando il gruppo ritorna al campo base. Devono incontrare il resto dell’equipaggio e ripartire per una seconda ispezione interna. Passa il tempo ma gli altri non si decidono a tornare. Adrassan è preoccupato. C’è qualcosa che non va…

Nel silenzio della spiaggia, rotto solamente dal placido suono del bagnasciuga, si alzano delle urla di terrore. Sono urla umane, non ci sono dubbi. I marinai si guardano impauriti. Attendono gli ordini del loro capitano.

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Questa settimana non aggiorneró Il Mondo di Actartius, libro-game cooperativo. Probabilmente a causa delle feste é venuta a mancare la giusta partecipazione al gioco. Per cui lascio passare un’altra settimana per dare la possibilitá ai lettori di votare la loro preferenza al sondaggio dell’ultimo intervento. Ci sentiamo lunedí!