MEMORIE DI UN ORCO

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Un orco che bussa alla vetrata del giardino? Ma è mai possibile…
Che faccio, gli apro? Guardo i bambini che giocano coi trenini in soggiorno. Mi sorridono e rispondono: “Si babbo! Fallo entrare! Vogliamo giocare insieme all’orco!”
Così la porta a vetro si apre e insieme ai soliti odori fa il suo ingresso La Leggenda: Il Baba!
“Ciao Baba, come stai? Dai, raccontami un po’ dei vecchi tempi, le grandi giocate, il Wolly e il Dona… “
Lui bofonchia tre sillabe incomprensibili e poi attacca.
“C’era una volta…”

… un ragazzo di diciassette anni, dislessico e un po’ bizzarro, ma con una luce dentro che attendeva solo il momento propizio per divampare. Fu il gioco di ruolo ad innescare la fiamma.
Della prima avventura ricorda la pelle di mucca (e come poterla dimenticare!), il Willo Master, il nano di Luca che ammazzò un cinghiale a sassate (perché era rimasto senza ascia), il mago Nois di Jaime, che a fine sessione voleva tenersi per se tutti gli oggetti magici (un pugnale, una sfera e una pozione). “Perché so’ mago!” diceva lui.
Sempre riguardo a Nois, mi parla di quando inventò la mongolfiera grazie a un grande check di intelligenza, e che molti anni dopo, in un’altra avventura da lui giocata in veste di master, uno gnomo era venuto in possesso  dei piani della NOISFERA. Perché il gioco non finisce mai, lo sappiamo bene…

Delle giocate del Richiamo di Chtulhu ricorda lo squod team col furgoncino, sempre pronto a mettere mano sulle armi pesanti. Qualcuno era arrivato a chiedere al master (il sottoscritto) un rifornimento speciale di napalm. “Willo, dacci il napalm, che glielo facciamo vedere noi al Nyarla!” Peccato che quando l’incubo tentacolato venne loro incontro in una delle buie strade di Providence, qualcuno si beccò la bellezza di 94 punti sanità, con conseguente collasso cardiaco. E poi addio furgoncino!

Poi entriamo nel personaggio, quello davvero leggendario, l’elfo Dëar mezzosangue Callari, giunto a Karameikos da bambino insieme alla sorellina che venne poi rapita. Fu questo modesto background ad innescare l’avventura di Atreia del Walter. Dëar contattò a Karameikos l’ambasciatore dell’Alfehim. Raggiunse il regno degli Elfi, alla ricerca del suo passato, e scoprì di essere il figlio di un ambasciatore Callari e di una druidessa Fëadil. Il bisnonno era cugino del Re dell’Alfehim.
Scoprì inoltre che lui e sua sorella erano scampati ad un feroce attacco di goblin, che erano penetrati nell’Alfehim e avevano massacrato il clan a cui apparteneva la sua famiglia. Furono i Callari a riportare i due bambini a Karameikos. Ma poi vennero separati, e ancora oggi, dopo quindici anni di gioco, l’elfo Dëar è alla ricerca della sua amata sorellina.

Infine mi racconta del suo tiro di dado più fortunato. L’avventura era sempre quella di Atreia, e il gruppo (Mirko, Jaime, Dona) stava trasportando il corpo di Yamun Oktai quando fu attaccato da un mostro (di cui, ahimè, non ricorda la specie). Rimasto con 4PF, riuscì a scamparla grazie a un doppio check leggendario: tirò due volte consecutive 1 sul d20.

“Mirko, e poi?” lo incalzo io.
“Non lo so… non mi ricordo…”
Son passati troppi anni o troppe birre?
La risposta la lascio ai posteri. L’orco addenta un pezzo di carne, l’oste gli versa un bicchiere di bionda schiumante, e la serata va avanti, ricordando il gioco e i vecchi tempi. C’è anche il tempo per una piccola interpretazione del vecchio druido…
…lo scostamento del lembo, un’occhiata sfuggente su Mystara. Le giocate vanno avanti. Siamo sempre noi, dopotutto!

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AMBRA

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La foresta vestita di rugiada scintillava alla luce del sole appena sorto. Filtrava tra i rami, irrompendo attraverso le foglie, rimbalzando sull’erba in bagliori accecanti. Il tumulto della vita risiedeva in quei riflessi. Il giorno iniziava insieme ad un milione di vite, esistenze all’apparenza insignificanti, ma il grande druido sapeva che tutto faceva parte di un disegno: il disegno della Madre Suprema.
Il suo nome era Clarko, sacerdote altissimo della foresta dell’Alfheim. Solo un paio di anni prima aveva deciso di abbandonare le trame di palazzo, rifiutando i voti fatti alla chiesa di Karameikos. Nell’ipocrisia che vi risiedeva aveva trovato le ragioni per avvicinarsi alla foresta, un richiamo più forte di qualsiasi promessa di vita eterna. E così era successo. Spogliato di tutto ciò che aveva, superò le sette prove, divenne il più grande druido del continente. La sua dimora era adesso un’umile casa di legno nel cuore dell’Alfheim. I suoi nuovi compagni erano il lupo, il falco ed il gufo. I suoi vicini erano gli elfi ancestrali.
Le storie volgevano a capo. Tutto scorre in maniera ciclica, come le ragioni della terra, e le stagioni che si susseguono una dopo l’altra. Anche la civiltà doveva morire per rinascere, più giusta e più bella. Era l’autunno dell’uomo, il tempo in cui le foglie cadono e sulle montagne si scorgono le prime nevi. Presto il gelo avrebbe arrecato il grande sonno. Fino alla nuova primavera…
Pensava a questo e a mille altre cose Clarko, in piedi sul porticato di casa. Il lupo grigio giaceva ai suoi piedi. Teneva gli occhi chiusi ma non dormiva, ed ogni suo senso era all’erta. Gli uccelli cinguettavano partecipando al tumulto. Lumache, farfalle, funghi e violette, uno scoiattolo ed un riccio. Tutti prendevano parte all’evento, un rituale da non dare per scontato. La vita, in tutte le sue forme, anche le più aberranti, è la testimonianza della manifestazione della Madre.
Il lupo drizzò le orecchie. Clarko aveva intessuto sortilegi e preghiere a protezione di quel luogo, ma il fedele quadrupede riusciva sempre ad anticiparlo nel sentire la presenza dello straniero. Il druido si rivolse a lui  mentalmente.
“C’è qualcosa che non va?” Il pensiero era tiepido. Entrare nella mente di un lupo era come abbandonarsi ad un’immersione ovattata, una sensazione che differiva enormemente dal modo in cui le persone conoscevano il lupo, animale freddo e solitario. Eppure la sua anima era profonda, fedele, dolce. Un abbraccio temperato.
“Sta arrivando qualcuno!” rispose.
Si, adesso l’avvertiva anche lui. Un uomo, oppure una donna, si muoveva per i sentieri nascosti che portavano alla sua dimora. Non si preoccupava di nascondersi, non avanzava accorto. Sembrava trascinarsi, spinto da una forza prepotente. Forse dalla disperazione…
“Vai a vedere!”
L’ordine fece scattare il lupo sulle quattro zampe. Si precipitò verso le alte querce che circondavano l’abitazione. Si dileguò in un attimo, ingoiato dalle ombre della foresta. Un minuto dopo il druido venne raggiunto dal messaggio mentale dell’animale. Una donna, disarmata, forse ferita, procedeva lungo il sentiero sud, quello che conduceva fuori dalla foresta, verso le terre di Darokin.
Clarko alzò una protezione, solo per precauzione. Non poteva correre rischi, anche se non sembrava che ce ne fossero. Ma erano tempi cupi; il volgere del ciclo, la resa dei conti. Forze opposte, eppure molto vicine, erano in guerra. Tutto si sarebbe risolto con la rinascita, ma non poteva esserci rinascita senza morte, dolore e distruzione…
Finalmente lei apparve, preceduta dal lupo grigio. Non sembrava badarci, nonostante le dimensioni della bestia, un esemplare unico. L’animale riprese posizione ai piedi del Druido, che ne frattempo era avanzato verso il giardino davanti a casa. Lei gli si fermò a una decina di passi, non più giovanissima ma sempre bella. La conosceva, certo che si. E come poteva non conoscerla, sacerdotessa e sposa del suo migliore amico. O almeno così era stato, fino a pochi anni prima. Ambra…
I capelli le ricadevano sul volto, in matasse aggrovigliate e sporche.  Gli occhi arrossati lasciavano intuire che erano passati giorni dall’ultima volta che era riuscita a dormire. Le vesti lacere, infangate, gli avambracci e le guance pieni di graffi, indicavano che non si era preoccupata di scegliere i sentieri più sicuri. Ciononostante era sempre bellissima. Una bellezza umana, regale, antica in un modo che neanche gli elfi riuscivano ad apparire. Se infatti il popolo del bosco, con i suoi lineamenti delicati e le sue movenze signorili, si presentava aggraziato ed irraggiungibile, vi era qualcosa nella bellezza degli umani che trascendeva la normale percezione. Un’antichità cosmica dimorava negli occhi degli uomini, ed Ambra era tra i pochi che riuscivano ancora a mostrarla.
Il druido le andò incontro. Ebbe un attimo di esitazione, intuendo il pericolo che poteva nascondersi dietro la donna, ma poi lasciò fare all’istinto. In fondo era il sacerdote della Madre. Non poteva rimanere impigliato nelle ragnatele della mente.
Lei accettò il sostegno. Lui la condusse dentro casa, mentre il lupo li seguiva a due passi di distanza. La fece accomodare in cucina, dove la stufa intiepidiva il freddo ambiente. Lei si sedette al tavolo di quercia intagliato, mentre lui metteva a bollire l’acqua per l’infuso. Nessuno aveva proferito una sola parola. Erano i gesti che parlavano, per il momento.
Quando la tisana fu pronta, Clarko ne versò un’abbondante porzione alla sua ospite. Poi si accomodò sulla sedia di fronte e attese.
«É impazzito!» Il sussurro di lei era un grido di disperazione. Il druido non sembrò sorpreso. Le rispose: «Bevila tutta. Ti farà bene…»
Si abbandonò ad un pianto leggero, orgoglioso. Solamente due singhiozzi, poi negli occhi le ritornò il fuoco di sempre. Bevve un ultimo sorso, poi incominciò.
«Erano giorni che non si faceva vedere, che non risaliva dai sotterranei del palazzo. Mandavo gli inservienti a chiamarlo, ma lui alla fine non li riceveva neanche. Tornavano da me terrorizzati.
«Poi un giorno mi decisi ed andai a cercarlo. Se avessi sentito il fetore che proveniva da quelle stanze… L’oscurità ghermì il mio cuore, mentre scendevo gli ultimi gradini. Poi il corridoio, la porta, e più avanti, le tenebre.»
Il druido la guardò negli occhi e non riuscì a trattenere il suo disappunto, la sua paura.
«Il libro. Il Metic Lee…»
«Si, proprio lui. Voleva studiarlo, capire come distruggerlo. Invece ne è rimasto soggiogato.»
Un silenzio d’oltretomba piombò nella stanza. Sembrava che neanche gli uccelli della foresta avessero più voglia di cantare. Il nome di quel libro, essenza stessa del male, aveva incrinato ciò che vi era di bello intorno a loro. Il volto del druido divenne ancora più cupo. Rimase in attesa.
«Sono scappata. Non ho potuto fare niente per salvarlo. I miei poteri sono inutili contro di lui. E adesso si sta movendo, spinto da una forza inavvicinabile, la natura stessa del libro che ha preso vita in lui. Il tempo è giunto, grande druido…»
Ambra abbassò la testa, vinta dalla stanchezza e dalle contrastanti emozioni. L’uomo che amava, o che aveva amato, era diventato il messaggero della catastrofe. E lei non era riuscita a salvarlo…
Clarko le appoggiò una coperta sulle spalle. Aveva bisogno di stare da sola, di riposare. Chiuse la porta della cucina e uscì di casa insieme al suo fedele lupo. Una passeggiata nel bosco lo avrebbe aiutato a riordinare i suoi pensieri, ora più che mai in tumulto.
L’oscuro potere del Metic Lee era stato sprigionato. La distruzione era vicina. Ma per l’umanità che volgeva al tramonto, la distruzione era probabilmente anche la sola ancora di salvezza. Il male non dimora nella naturale ciclicità delle cose, che incomincia con la vita e si chiude con la morte, ma nella rottura di questo cerchio.
Poteva fidarsi di Ambra? Poteva prendere per vere le sue parole? Poteva affidarle il compito più grave, quello di rivolgersi contro il suo più grande amore?
Ma Adam non era più l’uomo che entrambi avevano conosciuto. Qualcosa di terribile si era insidiato dentro di lui, estirpando le buone radici, contaminando la sua anima, per uno scopo più grande: la rottura del cerchio.
Era giunto il tempo di partire. Non poteva più rimanersene lì, ad aspettare nuovi segni. I segni ormai erano arrivati. Di quali altre prove poteva mai aver bisogno? Doveva parlare con gli altri druidi, avvertire gli elfi, e poi mettersi subito in viaggio per il remoto nord. Lassù, nell’antico Regno Silvano, dimoravano le risposte di cui aveva bisogno.
Il sentiero lo ricondusse davanti a casa. Sperava che la donna si fosse accomodata nella stanza degli ospiti, e ne avesse approfittato per riposarsi. Una volta che avesse ripreso le forze, avrebbero parlato più nei dettagli di quello che era successo a suo marito.
Ma appena oltrepassò la soglia avvertì che la casa era vuota. Ambra se n’era andata. Forse era già molto distante. “Che stupido!” pensò, ma si rese conto che non aveva motivo di trattenerla. Lei aveva viaggiato giorni interi per rivelargli quello che era successo, ed era chiaro da che parte stesse. Era stata il segnale, la prova, l’innesco degli eventi futuri. Non poteva fare o dire niente di più. Oppure…
Il druido aprì la porta che dava sulla cucina. Scorse la coperta che le aveva sistemato sulle spalle, adesso riversa sul tavolo di quercia. La prese in mano ed allora lo vide. Il disegno del grande uccello, inciso nel legno antico, un’effige delineata da pochi precisi intagli. Era l’ultimo indizio lasciato dalla sacerdotessa. Il grande uccello era la chiave. Adesso toccava a lui unire i puntini del disegno.
Clarko era pronto a partire.

MICHELE BOCCACCIO