AMBRA

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La foresta vestita di rugiada scintillava alla luce del sole appena sorto. Filtrava tra i rami, irrompendo attraverso le foglie, rimbalzando sull’erba in bagliori accecanti. Il tumulto della vita risiedeva in quei riflessi. Il giorno iniziava insieme ad un milione di vite, esistenze all’apparenza insignificanti, ma il grande druido sapeva che tutto faceva parte di un disegno: il disegno della Madre Suprema.
Il suo nome era Clarko, sacerdote altissimo della foresta dell’Alfheim. Solo un paio di anni prima aveva deciso di abbandonare le trame di palazzo, rifiutando i voti fatti alla chiesa di Karameikos. Nell’ipocrisia che vi risiedeva aveva trovato le ragioni per avvicinarsi alla foresta, un richiamo più forte di qualsiasi promessa di vita eterna. E così era successo. Spogliato di tutto ciò che aveva, superò le sette prove, divenne il più grande druido del continente. La sua dimora era adesso un’umile casa di legno nel cuore dell’Alfheim. I suoi nuovi compagni erano il lupo, il falco ed il gufo. I suoi vicini erano gli elfi ancestrali.
Le storie volgevano a capo. Tutto scorre in maniera ciclica, come le ragioni della terra, e le stagioni che si susseguono una dopo l’altra. Anche la civiltà doveva morire per rinascere, più giusta e più bella. Era l’autunno dell’uomo, il tempo in cui le foglie cadono e sulle montagne si scorgono le prime nevi. Presto il gelo avrebbe arrecato il grande sonno. Fino alla nuova primavera…
Pensava a questo e a mille altre cose Clarko, in piedi sul porticato di casa. Il lupo grigio giaceva ai suoi piedi. Teneva gli occhi chiusi ma non dormiva, ed ogni suo senso era all’erta. Gli uccelli cinguettavano partecipando al tumulto. Lumache, farfalle, funghi e violette, uno scoiattolo ed un riccio. Tutti prendevano parte all’evento, un rituale da non dare per scontato. La vita, in tutte le sue forme, anche le più aberranti, è la testimonianza della manifestazione della Madre.
Il lupo drizzò le orecchie. Clarko aveva intessuto sortilegi e preghiere a protezione di quel luogo, ma il fedele quadrupede riusciva sempre ad anticiparlo nel sentire la presenza dello straniero. Il druido si rivolse a lui  mentalmente.
“C’è qualcosa che non va?” Il pensiero era tiepido. Entrare nella mente di un lupo era come abbandonarsi ad un’immersione ovattata, una sensazione che differiva enormemente dal modo in cui le persone conoscevano il lupo, animale freddo e solitario. Eppure la sua anima era profonda, fedele, dolce. Un abbraccio temperato.
“Sta arrivando qualcuno!” rispose.
Si, adesso l’avvertiva anche lui. Un uomo, oppure una donna, si muoveva per i sentieri nascosti che portavano alla sua dimora. Non si preoccupava di nascondersi, non avanzava accorto. Sembrava trascinarsi, spinto da una forza prepotente. Forse dalla disperazione…
“Vai a vedere!”
L’ordine fece scattare il lupo sulle quattro zampe. Si precipitò verso le alte querce che circondavano l’abitazione. Si dileguò in un attimo, ingoiato dalle ombre della foresta. Un minuto dopo il druido venne raggiunto dal messaggio mentale dell’animale. Una donna, disarmata, forse ferita, procedeva lungo il sentiero sud, quello che conduceva fuori dalla foresta, verso le terre di Darokin.
Clarko alzò una protezione, solo per precauzione. Non poteva correre rischi, anche se non sembrava che ce ne fossero. Ma erano tempi cupi; il volgere del ciclo, la resa dei conti. Forze opposte, eppure molto vicine, erano in guerra. Tutto si sarebbe risolto con la rinascita, ma non poteva esserci rinascita senza morte, dolore e distruzione…
Finalmente lei apparve, preceduta dal lupo grigio. Non sembrava badarci, nonostante le dimensioni della bestia, un esemplare unico. L’animale riprese posizione ai piedi del Druido, che ne frattempo era avanzato verso il giardino davanti a casa. Lei gli si fermò a una decina di passi, non più giovanissima ma sempre bella. La conosceva, certo che si. E come poteva non conoscerla, sacerdotessa e sposa del suo migliore amico. O almeno così era stato, fino a pochi anni prima. Ambra…
I capelli le ricadevano sul volto, in matasse aggrovigliate e sporche.  Gli occhi arrossati lasciavano intuire che erano passati giorni dall’ultima volta che era riuscita a dormire. Le vesti lacere, infangate, gli avambracci e le guance pieni di graffi, indicavano che non si era preoccupata di scegliere i sentieri più sicuri. Ciononostante era sempre bellissima. Una bellezza umana, regale, antica in un modo che neanche gli elfi riuscivano ad apparire. Se infatti il popolo del bosco, con i suoi lineamenti delicati e le sue movenze signorili, si presentava aggraziato ed irraggiungibile, vi era qualcosa nella bellezza degli umani che trascendeva la normale percezione. Un’antichità cosmica dimorava negli occhi degli uomini, ed Ambra era tra i pochi che riuscivano ancora a mostrarla.
Il druido le andò incontro. Ebbe un attimo di esitazione, intuendo il pericolo che poteva nascondersi dietro la donna, ma poi lasciò fare all’istinto. In fondo era il sacerdote della Madre. Non poteva rimanere impigliato nelle ragnatele della mente.
Lei accettò il sostegno. Lui la condusse dentro casa, mentre il lupo li seguiva a due passi di distanza. La fece accomodare in cucina, dove la stufa intiepidiva il freddo ambiente. Lei si sedette al tavolo di quercia intagliato, mentre lui metteva a bollire l’acqua per l’infuso. Nessuno aveva proferito una sola parola. Erano i gesti che parlavano, per il momento.
Quando la tisana fu pronta, Clarko ne versò un’abbondante porzione alla sua ospite. Poi si accomodò sulla sedia di fronte e attese.
«É impazzito!» Il sussurro di lei era un grido di disperazione. Il druido non sembrò sorpreso. Le rispose: «Bevila tutta. Ti farà bene…»
Si abbandonò ad un pianto leggero, orgoglioso. Solamente due singhiozzi, poi negli occhi le ritornò il fuoco di sempre. Bevve un ultimo sorso, poi incominciò.
«Erano giorni che non si faceva vedere, che non risaliva dai sotterranei del palazzo. Mandavo gli inservienti a chiamarlo, ma lui alla fine non li riceveva neanche. Tornavano da me terrorizzati.
«Poi un giorno mi decisi ed andai a cercarlo. Se avessi sentito il fetore che proveniva da quelle stanze… L’oscurità ghermì il mio cuore, mentre scendevo gli ultimi gradini. Poi il corridoio, la porta, e più avanti, le tenebre.»
Il druido la guardò negli occhi e non riuscì a trattenere il suo disappunto, la sua paura.
«Il libro. Il Metic Lee…»
«Si, proprio lui. Voleva studiarlo, capire come distruggerlo. Invece ne è rimasto soggiogato.»
Un silenzio d’oltretomba piombò nella stanza. Sembrava che neanche gli uccelli della foresta avessero più voglia di cantare. Il nome di quel libro, essenza stessa del male, aveva incrinato ciò che vi era di bello intorno a loro. Il volto del druido divenne ancora più cupo. Rimase in attesa.
«Sono scappata. Non ho potuto fare niente per salvarlo. I miei poteri sono inutili contro di lui. E adesso si sta movendo, spinto da una forza inavvicinabile, la natura stessa del libro che ha preso vita in lui. Il tempo è giunto, grande druido…»
Ambra abbassò la testa, vinta dalla stanchezza e dalle contrastanti emozioni. L’uomo che amava, o che aveva amato, era diventato il messaggero della catastrofe. E lei non era riuscita a salvarlo…
Clarko le appoggiò una coperta sulle spalle. Aveva bisogno di stare da sola, di riposare. Chiuse la porta della cucina e uscì di casa insieme al suo fedele lupo. Una passeggiata nel bosco lo avrebbe aiutato a riordinare i suoi pensieri, ora più che mai in tumulto.
L’oscuro potere del Metic Lee era stato sprigionato. La distruzione era vicina. Ma per l’umanità che volgeva al tramonto, la distruzione era probabilmente anche la sola ancora di salvezza. Il male non dimora nella naturale ciclicità delle cose, che incomincia con la vita e si chiude con la morte, ma nella rottura di questo cerchio.
Poteva fidarsi di Ambra? Poteva prendere per vere le sue parole? Poteva affidarle il compito più grave, quello di rivolgersi contro il suo più grande amore?
Ma Adam non era più l’uomo che entrambi avevano conosciuto. Qualcosa di terribile si era insidiato dentro di lui, estirpando le buone radici, contaminando la sua anima, per uno scopo più grande: la rottura del cerchio.
Era giunto il tempo di partire. Non poteva più rimanersene lì, ad aspettare nuovi segni. I segni ormai erano arrivati. Di quali altre prove poteva mai aver bisogno? Doveva parlare con gli altri druidi, avvertire gli elfi, e poi mettersi subito in viaggio per il remoto nord. Lassù, nell’antico Regno Silvano, dimoravano le risposte di cui aveva bisogno.
Il sentiero lo ricondusse davanti a casa. Sperava che la donna si fosse accomodata nella stanza degli ospiti, e ne avesse approfittato per riposarsi. Una volta che avesse ripreso le forze, avrebbero parlato più nei dettagli di quello che era successo a suo marito.
Ma appena oltrepassò la soglia avvertì che la casa era vuota. Ambra se n’era andata. Forse era già molto distante. “Che stupido!” pensò, ma si rese conto che non aveva motivo di trattenerla. Lei aveva viaggiato giorni interi per rivelargli quello che era successo, ed era chiaro da che parte stesse. Era stata il segnale, la prova, l’innesco degli eventi futuri. Non poteva fare o dire niente di più. Oppure…
Il druido aprì la porta che dava sulla cucina. Scorse la coperta che le aveva sistemato sulle spalle, adesso riversa sul tavolo di quercia. La prese in mano ed allora lo vide. Il disegno del grande uccello, inciso nel legno antico, un’effige delineata da pochi precisi intagli. Era l’ultimo indizio lasciato dalla sacerdotessa. Il grande uccello era la chiave. Adesso toccava a lui unire i puntini del disegno.
Clarko era pronto a partire.

MICHELE BOCCACCIO

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ESTATE 2000, LA LUNA E IL CREEPING DOOM

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Estate duemila. Il millennio pazzo è appena scoccato, ma noi continuiamo a schernirlo, con rituali arcani e giochi di dadi. Sempre loro…

Cenetta a base di pesce, sul bagnasciuga degli eventi più recenti, quelli che hanno trasformato, dilatato e amplificato le relazioni. Un fritto di pesce. Una bottiglia di bianco buono. La notte è nelle mani del gioco. Una giocata in solitario, di quelle che ti rompono l’anima e ti lasciano un segno indelebile nel cuore.
Tre personaggi; un’unica strada. Il druido supremo, lo sciamano, il guerriero-druido. E poi naturalmente lui, il Loto Nero… Pedine di un gioco di sognatori, oppure tasselli di un mosaico dentro al mosaico?

La spiaggia è solo per noi. I bagnanti, le creme da sole e gli ombrelloni sembrano non essere mai esistiti. Si sentono solo il confortante rumore della risacca e lo sciaguattio delle barche ancorate vicino agli scogli. In alto brilla una tenda di stelle, e un occhio gigantesco, giallo, bellissimo. Ci viene voglia afferrarla, quella luna malandrina, che racconta storielle da quattro soldi, e ti lascia sognare fino a che ce n’è. Che importa poi se hai quasi compiuto trent’anni…

Incomincia l’avventura. Anzi, no. L’avventura non incomincia mai, perché non finisce mai. L’avventura continua, riparte da dove abbiamo interrotto. Stravolgiamo la linearità degli eventi, li aggiustiamo come più ci piace, cercando di rimanere sempre coerenti con la storia.
Ed eccoci finalmente davanti a un tavolino di plastica, di quelli da mare, i manuali e le schede illuminati dalla luce della luna, sempre lei, incomparabile dispensatrice di momenti. Estraiamo i dadi. Quello si che è un rituale pericoloso. Le luci degli astri penetrano le sfaccettature delle pietruzze. Potrebbero evocare qualcosa di balordo. Bisogna saperli controllare, vincolarli al nostro volere. Noi, esperti domatori di dadi…

Le parole si traducono in immagini. La storia prende vita. Lasciamo la spiaggia. Siamo lontano. Nessuno potrà più raggiungerci.
E in quell’istante il varco si spalanca. Il Creeping Doom si avventa su di noi, richiamato da strani anatemi. Lo avevo detto io di stare attenti a dadi… Un nugolo di moscerini ci avvolge, ricopre interamente la spiaggia. Il giorno dopo lascerà uno strato di mezzo centimetro sui motoscafi e sui gommoni vicini. Non ci rimane altro che spostarci, lasciare quel luogo ormai fatalmente contaminato dalla nostra magia.

L’avventura prosegue in pineta. C’è ancora del vino, o forse della birra. I ricordi si fanno confusi, si mescolano al mito. E va benissimo così…
Il druido, lo sciamano il Loto Nero. Due persone viaggiano nel vuoto, intrattenendo le stelle. Il mare è un gigante sornione che se la dorme appoggiato alla terra, la sua sposa. La luna continua a farci compagnia. Stanotte è la nostra sublime accompagnatrice. Madre, sorella, figlia e puttana.
È arrivato il millennio pazzo, ma alla luce del grande astro giallo, il tempo perde tutto il suo significato. E così ci ritroviamo beatamente a navigare sull’oceano della fantasia. Ancora per una notte.

ALLA FINE ARRIVA SEMPRE L’ALBA

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È una serata fredda, di quelle ricorrenti nella buca di Firenze. Estate torride ed inverni gelidi… sotto il campanile di Giotto. Poco importa. Motorino, parabrezza (col problema di trovare il posteggio tattico quando tira vento altrimenti lo ritrovi per terra rotto), guanti, sciarpa (casco optional, perché a quei tempi ancora non era obbligatorio) ed, ovviamente, cartella a tracolla. Dentro respirano i personaggi delle nostre avventure. Vogliono venir fuori, irrompere nella realtà, reclamare il loro diritto d’esistenza.
Ecco casa del Baba… ah no, oggi giochiamo in cantina del Cionko, oppure ci spostiamo a casa del Caos in via Pistoiese, o nel garage del Giommo, anzi no, a casa di Juri… ma che importa poi dove e come. Il luogo è solo lo strumento che ci permette di estrarre i dadi e farli ruzzolare. Un semplice tavolo, la piattaforma dove si intrecciano le strade dei nostri alter-ego.
“Ciao ragazzi! Ci siamo tutti?”
Ma certo che no. Manca sempre qualcuno all’appello. È in ritardo? Viene o non viene? 1991, niente cellulare. L’arrivo di un elemento è sempre un’incognita. L’importante è che ci sia il master (e comunque ci si arrangia anche senza!)
“Ma non possiamo continuare l’avventura senza il guerriero del Dona, che poi s’incazza…”
Certo che possiamo. Certo che dobbiamo. Gli teniamo da parte un po’ di PX, così non se la prende!
Ma ci vuole comunque un’intera ora prima di ritrovarci tutti quanti seduti davanti allo screen del master. Perché il rituale ha bisogno dei suoi tempi. È una vera e propria trasmigrazione  dell’anima.
“Dove eravamo rimasti?”
Il disegno prende forma nella nostra mente. Addio realtà, ci rivediamo tra qualche ora.

Le birre son finite, l’avventura è continuata, una sedia è sempre vuota (non è mai arrivato l’elemento incognita!), i dadi sono stanchi. Rientrano nei loro rispettivi sacchetti. Dormiranno il sonno dei dadi…
“Allora, quando si rigioca?”
Sono le quattro e mezzo del mattino. Metà del gruppo aveva affermato tre ore prima che se ne sarebbe andato entro dieci minuti. Ma si sa, le cose vanno così… C’è ancora tempo per un ultima battuta, due ritocchi alla scheda, uno sguardo al manuale, i saluti come si conviene.
Sono quasi le sei. Quella famosa metà del gruppo se n’è finalmente andata a casa. Rimaniamo noi, i soliti ritardatari. In testa ci frulla l’idea di rincominciare a giocare, magari qualcosa di improvvisato. La stanchezza ci crolla addosso, ma resistiamo stoici.
“Cazzo, è quasi l’alba!”
Eh già, alla fine arriva sempre l’alba…