È una serata fredda, di quelle ricorrenti nella buca di Firenze. Estate torride ed inverni gelidi… sotto il campanile di Giotto. Poco importa. Motorino, parabrezza (col problema di trovare il posteggio tattico quando tira vento altrimenti lo ritrovi per terra rotto), guanti, sciarpa (casco optional, perché a quei tempi ancora non era obbligatorio) ed, ovviamente, cartella a tracolla. Dentro respirano i personaggi delle nostre avventure. Vogliono venir fuori, irrompere nella realtà, reclamare il loro diritto d’esistenza.
Ecco casa del Baba… ah no, oggi giochiamo in cantina del Cionko, oppure ci spostiamo a casa del Caos in via Pistoiese, o nel garage del Giommo, anzi no, a casa di Juri… ma che importa poi dove e come. Il luogo è solo lo strumento che ci permette di estrarre i dadi e farli ruzzolare. Un semplice tavolo, la piattaforma dove si intrecciano le strade dei nostri alter-ego.
“Ciao ragazzi! Ci siamo tutti?”
Ma certo che no. Manca sempre qualcuno all’appello. È in ritardo? Viene o non viene? 1991, niente cellulare. L’arrivo di un elemento è sempre un’incognita. L’importante è che ci sia il master (e comunque ci si arrangia anche senza!)
“Ma non possiamo continuare l’avventura senza il guerriero del Dona, che poi s’incazza…”
Certo che possiamo. Certo che dobbiamo. Gli teniamo da parte un po’ di PX, così non se la prende!
Ma ci vuole comunque un’intera ora prima di ritrovarci tutti quanti seduti davanti allo screen del master. Perché il rituale ha bisogno dei suoi tempi. È una vera e propria trasmigrazione  dell’anima.
“Dove eravamo rimasti?”
Il disegno prende forma nella nostra mente. Addio realtà, ci rivediamo tra qualche ora.

Le birre son finite, l’avventura è continuata, una sedia è sempre vuota (non è mai arrivato l’elemento incognita!), i dadi sono stanchi. Rientrano nei loro rispettivi sacchetti. Dormiranno il sonno dei dadi…
“Allora, quando si rigioca?”
Sono le quattro e mezzo del mattino. Metà del gruppo aveva affermato tre ore prima che se ne sarebbe andato entro dieci minuti. Ma si sa, le cose vanno così… C’è ancora tempo per un ultima battuta, due ritocchi alla scheda, uno sguardo al manuale, i saluti come si conviene.
Sono quasi le sei. Quella famosa metà del gruppo se n’è finalmente andata a casa. Rimaniamo noi, i soliti ritardatari. In testa ci frulla l’idea di rincominciare a giocare, magari qualcosa di improvvisato. La stanchezza ci crolla addosso, ma resistiamo stoici.
“Cazzo, è quasi l’alba!”
Eh già, alla fine arriva sempre l’alba…

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