SUL GIOCO DI RUOLO Pt 3

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Il gioco di ruolo è una delle invenzioni più felici di questo secolo. Poche realtà, nel campo dell’intrattenimento, sono così stimolanti. Rispetto al Monopoli, per esempio, sappiamo tutti come un Gdr sia più coinvolgente e costruttivo. Per molti motivi, come l’idea stessa di narrazione interattiva (e in tempo reale, perlopiù), e il folle proposito di abbattere ogni regola come un muro di carta, per lasciare spazio a questa piccola/grande porzione di universo dove le fantasie e le fantasticherie dei diversi giocatori sono costrette a intrecciarsi.
Il Gdr discende, perlomeno storicamente, da un gioco di società, pur essendo roba molto diversa. Il pregio è, sia fisicamente che metaforicamente, non dover aprire e chiudere una scatola. Il Risiko è uno spasso, ma finisce quando si rimettono a posto le pedine. Quando si rigiocherà, sarà un’altra faccenda. La scatola del Gdr non si chiude mai. Ogni partita lascia qualcosa, soprattutto lascia aperto quel ritaglio di “non realtà” dove i nostri maledetti personaggi si sono incontrati, scontrati, uccisi e quant’altro.

Però il fine è il divertimento. Come, peraltro, è scritto in quasi tutti i manuali. Non è la crescita personale, il miglioramento dell’individuo, l’apertura di magici cancelli sul mondo del subconscio o dell’immaginifico.
È tanto tempo che ho voglia di smetterla con una specie di sopravvalutazione del Gdr, spesso etichettato nelle discussioni come il mezzo supremo per l’accesso al mondo della Fantasia, per superare il grigiore della realtà etc…

La Fantasia. L’accesso a infiniti mondi incantati.
Beh, il nostro rapporto con la fantasia, la nostra possibilità di svolazzarci, è una roba ben naturale, e il Gdr da questo punto di vista ci regala degli stimoli, niente più. Nessun terzo occhio: il nostro terzo occhio c’era già quando siamo nati.

Io sono una specie e di sognatore (ad occhi aperti o chiusi), e notoriamente un tipo con la testa sempre fra le nuvole!
A volte mi accorgo di pensare a un mio PG (quasi come se fossi io stesso), lo stesso vale per personaggi di libri, fumetti, storie varie. A volte, mentre sto scrivendo qualcosa, tipo un racconto che quasi sicuramente non finirò, mi vengono in mente così tante cose all’improvviso che c’è davvero da chiedersi da dove siano scaturite.

Così il Gdr è uno dei tanti modi per sfruttare le nostre possibilità di evasione. Il Gdr è un gioco, ed è “mezzo” (per l’evasione), ed è “pretesto” (per divertirsi con altre persone).
Si da il caso che sia immergersi e affogare nel non-reale (con l’interpretazione del personaggio), sia interagire con i propri compagni di gioco, sia potenzialmente molto divertente. È  il motivo per cui lo si fa…

Riesco quindi a scrivere come siano in fin dei conti abbastanza assurdi certi discorsi sul modo di giocare, che spesso si chiama addirittura “livello di gioco”.
Ci sono giocatori più o meno bravi? Sarebbe come dire che ci sono persone che si sanno divertire meglio e persone che si divertono male. Il ché è anche possibile, ai MIEI occhi. Ma è impossibile avere una ricetta universale.

A me riesce più facile, pensandoci bene, pensare a un buono sciatore o ad un cattivo sciatore piuttosto che a un buon giocatore di ruolo o ad un cattivo giocatore di ruolo.
Perché la dimensione dell’intrattenimento puro, specialmente così ricco come nel Gdr, non ammette molte classifiche.

G.D.

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SUL GIOCO DI RUOLO Pt. 2

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Divertirsi e far divertire.
La fuga è qualcosa di salutare. Non accusiamo troppo chi si prende delle sane vacanze dalla sua rigida morale: è sano, rigenera.
Se vediamo però il gioco come un viaggio, deve arricchire al suo ritorno, altrimenti è un giro a vuoto, un criceto in una ruota che corre eppure rimane immobile, magari divertente (e in questo rimane il suo valore, nel piacere) ma che non accresce, non migliora, non mette in dubbio, non ci fa evolvere.
Questi sono i valori con cui giudico un buona giocata; non esistono dualismi netti, ma livelli di coinvolgimento ed arricchimento diversi: la preferenza è personale, e personalmente non amo i “ruzzini”, il gioco che riflette su se stesso, il gioco per le regole, il gioco per il dado, il gioco per il potere sugli altri, il gioco per lo sfogo di violenza repressa, anche se tutti questi giochi sono leciti, e forse anche positivi se si guardano con una lente di ingrandimento.

T.G.

IL MAGO PASTICCIONE

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Clikka la striscia per ingrandire.

HARAK: LA MORTE DI UNO SCIAMANO

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ANNO 1012, 14 Vatermont.
Khanato di Ethengar.

Lo sguardo del grande Tabot si posò sulla maschera di falco del giovane sciamano.
«Poi andare ora. Non vi è altro da dire.»
Yamun ascoltò in silenzio, ma un attimo dopo ebbe uno scatto d’ira, e facendosi incontro al proprio maestro, rispose: «Non penso che questo sia il…»
Ma la voce del Grande Sciamano spezzò la risolutezza di Yamun.
«Ti ho detto che puoi andare. Non vi è altro da discutere. Almeno per ora.»
«Io volevo soltanto…»
«Yamun della famiglia degli Oktai, spirito del falco della tribù dei Taijits, fa come ti ho detto, prima che scordi chi tu sia. Và, ora!»
Askyn, il grande lupo grigio, rizzò le orecchie. Il suo muso si volse incuriosito verso il padrone. In silenzio Yamun Oktai si allontanò, lasciando Harak da solo insieme ai suoi pensieri. Sapeva di non poter ancora contare sul giovane Yamun, ma il sapere appreso, l’abilità con cui era riuscito a cavarsela nelle sue ultime avventure, la perspicacia dimostrata in più di un’occasione, erano la prova che il potere in lui stava crescendo. Questo Harak lo sapeva bene, soprattutto ora che era entrato in possesso degli “occhi del falco”.
Askyn si portò ai piedi del maestro, in un gesto di consolazione. Harak incominciò ad accarezzarlo, e con un sorriso prese a parlargli dolcemente.
«Tu sai, vecchio compagno, che non lo faccio solo per il bene di tutta la tribù, ma soprattutto per il suo bene.»
Askyn lo fissava, uno sguardo più simile a quello di un essere umano che a quello di una bestia.
«Non preoccuparti. Anche io gli voglio bene, e gli spiriti sono con lui.»
Ma in quell’istante Harak avvertì qualcosa dentro il suo cuore. Gli spiriti erano inquieti. La cosa lo insospettì. Era una sensazione che non faceva che confermare i recenti sospetti, presentimenti ai quali non aveva dato peso. Adesso però sentiva che doveva essere sicuro. Doveva andare a controllare di persona.
Si rivolse al grande lupo.
«Devo andare adesso.» E non disse altro.
Il lupo si accucciò in un angolo lontano della stanza. Seguì con lo sguardo il padrone che si avvicinava ai bracieri. Poi si mise a pulire con la lingua il suo argenteo pelo.
Lo sciamano aspettò ancora qualche istante prima di sedersi sul trono di pietra. Si trovava esattamente in mezzo ai due fuochi, che illuminavano la stanza di flebili sprazzi di luci multicolori. Le sue mani si protesero lentamente sino al cuore delle fiamme. Queste aumentavano d’intensità ad ogni parola del rituale che Harak pronunciava. Una luce verdastra si sparse per la stanza, un bagliore emanato adesso anche dal suo corpo. Esplose un lampo di luce accecante. Solo una attimo, poi tutto tornò nella penombra dei bracieri, che avevano ripreso a bruciare normalmente.
Nell’antro dello sciamano, Askyn ora era da solo.

Harak sentiva che c’era qualcosa di strano nel piano degli spiriti. Non riusciva a captare la loro presenza, e incominciò a sospettare che la causa di ciò fosse un’interferenza esterna. Presto ne ebbe la conferma.
Una figura oscura si avvicinava lentamente verso di lui. Harak cercava di identificarne la natura. No, non era un semplice spirito.
Quando si trovò a pochi passi dallo sciamano, la sagoma scura si fermò ed attese. Harak percepiva il considerevole potere che emanava. La figura era vestita di una tunica nera, decorata finemente da antiche rune argentate. Era immobile davanti a lui. In silenzio. Neanche un respiro…
Nonostante il potere emanato da quella misteriosa entità, Harak non provava paura, consapevole dei segreti di cui era depositario. Alzò la mano in segno di pace.
«Salve a te, chiunque tu sia, o chiunque tu sia stato. Harak è il mio nome, sciamano, spirito del lupo della tribù dei Taijits. E sono il Tabot supremo.»
Una voce stridula ed irreale sfuggì dall’oscurità del cappuccio.
«So qual è il tuo nome, sciamano. So quale spirito alberga in te. So chi sei. So tutto di te!»
Harak non parve molto sorpreso, come se avesse saputo quale sarebbe stata la risposta.
«Devo dedurre allora che il nostro incontro non debba considerarsi del tutto casuale», replicò ironicamente lo sciamano.
«Non era mia intenzione rivolgere le mie attenzioni verso di te, sciamano. Ma il tuo interferire ha contribuito alla morte del mio fedele servo, e ha impedito la venuta ultima del mio potere!»
«Ora penso di capire chi tu sia e cosa tu voglia.»
«Voglio soddisfare il mio desiderio di vendetta. Uno ad uno vi giudicherò e vi condannerò. Voglio tutti voi, e ora voglio te, Harak!»
«Sappi che non otterrai mai ciò che vuoi. Non puoi sconfiggermi, Lady Keflarel Quanafel!»
«Sei già stato giudicato. Ti porto la tua condanna!»
Un istante dopo Harak era già pronto ad agire. Ma la sacerdotessa, con una rapidità impressionante, protese le mani verso l’avversario. Harak venne avvolto completamente da una gigantesca nube di insetti neri, provenienti dalla terra. Lo sciamano conosceva il tipo di magia, ma ignorava le modifiche ad essa applicate. Erano insetti a lui sconosciuti.
Ma un secondo prima che quelle creature potessero morderlo, Harak sparì. La veste di zampe e corpi corvini si riversò al suolo davanti allo sguardo contrariato della sacerdotessa.

Askyn vide le fiamme dei bracieri crescere ed agitarsi. Un attimo dopo Harak riapparve, proprio nel mezzo ai due millenari sigilli. Lo sciamano sapeva che avrebbe dovuto agire senza indugio. Quella donna, creatura oscura, poteva raggiungerlo facilmente. Preparò il necessario alla divinazione. Memorizzò le parole, si concentrò sui movimenti. Ma nell’attimo in cui si apprestava a formulare l’incantesimo, Keflarel era già alle sue spalle, pronta a colpirlo con la sua mano, avvolta da un sortilegio potentissimo. Harak fece appena in tempo ad evocare dalla sua tunica l’ombra magica di un lupo, che si frappose tra lui e la sacerdotessa. L’ombra venne colpita dal sortilegio, e subito incominciò a saltare freneticamente, come in preda ad una danza mortale. Poi svanì nel nulla.
«Come? Rifiuti l’invito di una signora alla danza?» La voce sibilante della diabolica elfa coprì quella dei tamburi di Harak, che accompagnavano i suoi incantesimi. Ma lo sciamano questa volta non si fece sorprendere. La magia dei tamburi era rivolta a se stesso: una protezione.
Askyn con due balzi era già a ridosso dei contendenti, ma Harak lo fermò con un gesto. Poi si volse verso Keflarel.
«Non combatterò in questo antro sacro. Ti aspetterò nel luogo del nostro primo incontro. Quello sarà il campo di battaglia ideale.»
Così dicendo, scomparve alla sua vista. L’elfa guardò il lupo, che a sua volta aveva lo sguardo fisso su dei lei. Poi si voltò e seguì lo sciamano.

Si ritrovarono nuovamente uno di fronte all’altra. Si studiarono meticolosamente prima di agire. I loro movimenti erano quasi contemporanei.
Nove dardi incandescenti saettarono contro Harak che, grazie alla difesa magica creata nel proprio antro, riuscì a respingere contro la sacerdotessa incredula. Oltre ai dardi, una nuvola di giganteschi insetti piombò su di lei con una potenza d’urto poderosa. Ma quello che accadde dopo, sorprese non poco il vecchio sciamano.
L’elfa uscì quasi indenne da quella nuvola mortale, scrollandosi di dosso, con una facilità sorprendente, gli ultimi coleotteri rimasti attaccati al suo corpo. Si posizionò poi ad una distanza di apparente sicurezza, e scagliò contro il suo avversario un nuovo incantesimo. Anche questo venne respinto, non sortendo alcun effetto.
«Una banale magia del sonno», sussurrò a se stesso Harak, intuendo che l’elfa doveva aver finalmente scoperto quale sortilegio lo stava proteggendo; un “rifletti incantesimi”.
Lo sciamano allora si avvicinò e sferrò il suo attacco, evocando una tempesta di spiriti che si riversò ripetutamente sul corpo della donna. Ma lei non indietreggiò di un solo passo.
Non gradendo le ferite subite, Keflarel usò il suo potere per guarirsi e recuperare le forze perdute. Ma la sua condizione rigenerata durò poco. Harak tornò a colpirla con una potentissima scarica d’energia che fuoriuscì dalla punta del suo bastone. Tredici spiriti del lupo colpirono ripetutamente l’elfa, che non aspettandosi un attacco così impetuoso, indietreggiò di un passo. Poi un’altra tempesta, uguale alla prima, si abbatté nuovamente su di lei.
Harak vide l’elfa scaraventata all’indietro dai suoi ripetuti colpi. Sapeva bene che nessun essere a lui conosciuto avrebbe potuto resistervi. Ma Keflarel non era ancora sconfitta. Si rialzò faticosamente in piedi e, riacquistato il giusto equilibrio, scagliò un altro semplice incantesimo; una ragnatela magica. La protezione dello sciamano respinse gli effetti del nuovo incantesimo addosso al suo avversario. L’elfa, con una forza incredibile, si liberò dalla tela da lei stessa evocata.
«Davvero ammirevole, sciamano. Non immaginavo che tu potessi arrivare a mettermi in difficoltà!»
«Arriverò ad annientarti, oscura donna!» Ma queste parole non impedirono ad Harak di essere turbato da un brutto presentimento. Aveva dato fondo a quasi tutto il suo potenziale offensivo, ma l’elfa sembrava aver accusato solo in parte l’enorme potere riversatogli contro. Lo sciamano si vide costretto a richiamare lo spirito del grande lupo, che apparve accanto a lui, pronto ad eseguire ogni suo ordine.
«È tutto inutile. Anche se mi stai resistendo come nessun altro ha mai fatto, non riuscirai a fermarmi. Rafiel è con me! Ti mostrerò quello che in grado di fare colui che domina il tempo!» Alzò le braccia e, prima che potesse reagire, Harak si accorse che l’elfa aveva plasmato il tempo a suo piacimento. Erano diciotto i dardi che adesso galleggiavano nell’aria sopra di lei, e davanti a lui si ergevano due draghi rossi. Il grande spirito intervenne tempestivamente a protezione del maestro, e affrontò i due draghi da solo. Ne ferì seriamente uno con due poderosi attacchi.
Prima che i dardi della sacerdotessa scoccassero mortalmente, Harak riuscì nuovamente a difendere il proprio corpo con l’ennesima magia di protezione. I proiettili incantati colpirono una barriera invisibile e tornarono addosso all’elfa, che però non sembrò subirne gli effetti.
Harak non si perse d’animo. Evocò un’altra tempesta di spiriti, che danneggiò ulteriormente il suo avversario. Nel frattempo i grandi draghi avevano riversato sullo spirito del lupo i loro soffi infuocati. Eppure questi non erano bastati a sconfiggerlo. Lo spirito piombò con le sue fauci su uno dei draghi uccidendolo.
Ma il grande Tabot era alle strette. Gli erano rimasti pochi poteri. La sconfitta era vicina. Pronunciò la sacra parola degli spiriti, ma Keflarel Quanafel non ne subì alcun effetto.
«Perché ti ostini a non voler accettare il tuo destino! Mi trovo costretta ad usare contro di te il grande potere che Rafiel dona ai suoi sacerdoti!» Estrasse allora, da sotto il pesante mantello, un cristallo nero come la notte, attaccato ad una catena che teneva legata al collo.
«Il Cristallo dell’Anima, sciamano. Grazie ad esso avrò la mia vendetta!»
Un fascio di luce accecante, composto da una moltitudine di anime fuse fra loro, scaturì dal cristallo, investendo in pieno Harak. La forza d’urto fu impressionante, ma ciononostante lo sciamano restò in piedi.
«Non pensare di poterti disfare di me così facilmente, subdola creatura del sottosuolo. Harak non ha ancora terminato tutte le sue risorse!»
Dopo aver risposto con le parole all’elfa, curò completamente il suo corpo da tutte le ferite subite. Era l’ultima magia di guarigione rimastagli.
«Basta! Muori maledetto!» urlò istericamente l’elfa, scaricando nuovamente sullo sciamano il potere del cristallo. Ma Harak, grande sciamano del Khanato, passata l’orda di anime assassine, continuava a sorreggersi con l’aiuto del suo bastone incantato. Nello stesso istante, l’ultimo drago rosso riuscì ad avere la meglio sullo spirito del lupo. Poi, inferocito dalle ferite subite, si voltò minaccioso verso lo sciamano e vi si gettò contro. L’enorme creatura stava per abbattersi su di lui, ma con un semplice gesto della mano Harak la fece sparire, meravigliando ancora una volta il suo avversario.
«Non hai scampo Harak! Addio!» Ed una nuova immensa scarica luminosa, carica di anime infernali, si apprestava a fuoriuscire dal cristallo ed a travolgere lo sciamano. Harak, allora, fece un ultimo disperato gesto. Evocò le ultime due ombre di lupo racchiuse nella sua tunica, e le usò come scudo da frapporre alla furia delle anime. Ma quando il potere si liberò dal cristallo, la stessa Keflarel ebbe difficoltà a controllarlo. Le due ombre furono letteralmente spazzate via, e attutirono solo una minima parte della scarica. Harak ne fu travolto.
Ma Keflarel Quanafel non poteva credere ai propri occhi. Il corpo dello sciamano era allo stremo. Le ferite riportate avrebbero dovuto ucciderlo, ma lui, con un ginocchio a terra e lo sguardo abbassato, continuava ad aggrapparsi al suo bastone. Sotto lo sguardo incredulo della donna, Harak, il volto scavato dallo sofferenza, il corpo lacerato dalle ferite, riuscì a raccogliere le ultime forze. Grondante di sangue si rimise in piedi. Sembrava intenzionato a riprendere il combattimento, pronto a pronunciare un nuovo incantesimo. Ma invece abbassò la mano e posò il tamburo. Poi si mise a sedere, il bastone piantato davanti.
«Harak è ancora vivo, ma continuare questo combattimento sarebbe inutile. Sappi solo che il fuoco di vendetta che si estinguerà adesso in te, trova un nuovo campo fertile nel mio animo. Coltiverò e alleverò questo sentimento come fa una madre con il figlio. Lo sento ardere già dentro di me, più acceso del sole del deserto Alasyano! Ricordati che da questo momento il mio spirito reclamerà vendetta in eterno. E un giorno l’avrò. Fino a quel giorno, aspettami!!»
Lo sciamano chiuse gli occhi e, ritmando col tamburo una dolcissima melodia, intonò un canto greve che ricadeva su se stesso.
Keflarel si avvicinò alla figura del vecchio sciamano in meditazione.
«Hai dimostrato quanto vali.» E con un gelido tocco gli accarezzò il volto.

Nell’antro dello sciamano Askyn aspettava impaziente il ritorno del padrone. Ad un tratto si accorse che le fiamme dei bracieri bruciavano in modo strano. Si stavano consumando.
Non ci volle molto perché si spengessero del tutto, e in quell’istante apparve, seduto sul trono di pietra, lo sciamano. Era immobile. La testa gli ricadeva pesantemente su una spalla.
Askyn si avvicinò accucciandosi ai piedi del cadavere e incominciò a piangere.
Il corpo fu trovato il mattino dopo dallo stesso Yamun Oktai. Si accorse che il fedele lupo aveva vegliato le spoglie del padrone per tutta la notte. Nessuno riusciva a spiegarsi che cosa fosse successo al grande Tabot. Solo Yamun Oktai riuscì a scoprirlo, proprio la notte seguente.
Il suo corpo fu trovato il mattino dopo.

di Michele Boccaccio (1995)

SUL GIOCO DI RUOLO Pt.1

1 commento

Parte da oggi una ricerca delle considerazioni piu significative fatte sul GdR da parte del nostro gruppo. Questa prima perla é di Enrico. Mi sono permesso di estrarre solamente i passaggi inerenti al gioco e tralasciare le cose personali e troppo specifiche.

IL GDR COME UN FILM

Non esistono personaggi power player. Esistono giocatori power player. Che io abbia un PG con una spada + 50, o un PG deforme con costituzione 4 che si salva la vita con la sola astuzia e la parola, è come lo gioco che mi fa essere un buon o un cattivo giocatore. Cito, non a caso, un passo scritto da un ottimo giocatore di ruolo (T.G.).

”Immaginate la preparazione di un film. Il regista, i costumisti, gli stuntman, tutto lo staff tecnico è in fermento per preparare una scena, per studiare l’inquadratura, per scegliere le luci più adatte. Lo scenario è pronto, tutte le scenografie sono ultimate, la storia in fondo è pronta, evoluta da un canovaccio, gli attori ripassano il copione…il ciak !
Le battute sono recitate, l’attore diventa personaggio, la scenografia diventa scenario per la pellicola che rimarrà impressa nella mente, le atmosfere, le musiche, le emozioni di essere “dentro” il film.
Ecco lo spirito del gioco di ruolo.”

Se io decido di realizzare un action movie, sono forse un cattivo giocatore?
Un buon film non è solo un film prolisso e lungo con e assordanti silenzi, come Il Decalogo di Krzysztof Kieslowski (che per inciso adoro come regista). Ci possono anche essere altri modi di vedere il cinema/Gdr. I tempi decisi dal regista/master possono essere veloci, non necessariamente lenti, divertenti ed interpretativi quel tanto che basta .

Il gioco di ruolo non è un dogma, non c’e’ un modo giusto o sbagliato di farlo, come non c’e’ un modo giusto o sbagliato di fare film. Ci sono campagne di gioco mediocri, come film e attori mediocri. Personalmente non amo chi usa il gioco di ruolo come una liberazione dalla frustrazioni delle vita quotidiana. Ma non necessariamente una campagna epica è una campagna fatta da gente frustrata.

Il 90% dei fruitori di un gioco di ruolo, sono giocatori che hanno come maggiore ambizione una spada + 5 e seguire il sentiero per diventare immortali, il famigerato livello 36. Molti altri giocano ad una console pompando pixel animati e uccidendo ogni cosa che passa sul loro televisore. Caro Questa è la clientela dei giochi di ruolo. Non a caso D&D 3.5 sembra più un regolamento adattato ad un videogame.
Non parlo per sentito dire. Io questi ambienti gli ho frequentati sul web. Ora non mi indigno più, non pretendo di far capire alla massa il valore di un bel film, o quanto possa diventare alto e affascinante il mondo del gioco di ruolo, se si riesce a staccarsi dalla scheda e dai dadi. Citando un luogo comune; “è inutile gettare le perle ai porci”.

Non siamo tutti uguali…

Cito in ultimo:
Il vero spirito del gioco di ruolo risiede nel bambino, non nella ragione di tabelle e regolamenti. I dadi dovrebbero essere solo l’ultima risorsa. (T.G.)

Per questo non esistono ”bravi o cattivi giocatori”, l’importante è “divertirsi e far divertire”, condividere una storia immedesimando al meglio il proprio personaggio, nelle trame tessute dal Master e dalle nostre stesse intenzioni.

JAFFAR AL SAID

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Il background di un personaggio che non sono ancora riuscito a giocare, ma che spero di far rivivere in futuro, quando tornerá il tempo delle giocate…

LA STORIA DI JAFFAR AL SAID

In principio il vento accarezza la sabbia. E’ un gesto leggero e innocuo, e nessuno può sospettare che è solo l’inizio di una tremenda tempesta.
Accade così nell’Ylaruam, ogni giorno. Pochi attimi e il silente deserto si trasforma in un luogo infernale, fatto di vorticosa sabbia mortale.
Jaffar conosce bene quel susseguirsi di piccoli gesti e avvenimenti che scaturiscono nella tempesta. Li riconosce immediatamente, e provvede subito a ripararsi nelle fresche caverne in cui dimorano i dervisci.
Anche dentro di lui la tempesta è esplosa dopo una serie di piccoli eventi, ma questa lui non è riuscita a riconoscerla in tempo. Un giorno si era svegliato e aveva mosso pochi passi verso l’uscita della grotta in cui dormiva. Il sole già pulsava nel cielo, e la sabbia rifletteva il suo colore dorato. Jaffar aveva il Nahmeh tra le mani, e lo accarezzava dolcemente, rigirandolo più volte. Poi con un gesto improvviso lo gettò oltre il crepaccio, e subito scomparve dietro una duna.
Jaffar Al Said aveva perso l’Eterna Verità.
Questo però non lo allontanò dalla voce divina del grande Al Kalim. Sentiva ancora la presenza dell’Immortale, anche se distante e offuscata. Ma non era quello il suo dilemma.
Gli sconcertanti eventi del cataclisma non lo avevano toccato direttamente, ma si erano fatti sentire. Presso la sua grotta non viaggiava ormai più nessuno. Sentiva una tremenda desolazione attorno, qualcosa di difficile da comprendere dopo una vita passata in solitudine, nel deserto.
In qualche modo però sentiva che il mondo si era come alleggerito, assumendo la vaghezza di un fantasma. E soprattutto sentiva che le legge divine che lo incatenavano a quella vita da eremita non avevano più alcun valore.
Ricordava le antiche leggende di Al Kalim. La sua più grande forza era stata quella di riportare l’ordine nella discordia per un bene più grande. Solo così il popolo del deserto era riuscito a liberarsi dei conquistatori Alphatiani. Per far questo Al Kalim osservò la natura e il suo equilibrio. Solo nell’equilibrio infatti si può raggiungere l’unione che porta al successo. Equilibrio significa conoscenza, tolleranza e rinuncia. Ed un solo libro non potrà mai insegnare queste tre cose.
Il deserto è la casa del derviscio, non la sua prigione. E così il Nahmeh.
Dopo venticinque anni Al Kalim ricorda cosa significa scalare una montagna, e nel far questo entra nella Casa di Roccia.