L’ennesimo racconto ispirato dal gioco, scritto nel 2005 e riveduto, corretto e presentato sotto lo pseudonimo di Aeribella Lastelle per il progetto La Giostra di Dante.

C’è il ritmo della vita nel movimento delle onde del mare. Le linee immaginarie lasciate sulla sabbia sono come le nostre vite, che appaiono per un attimo e poi scompaiono. Il Mare d’Ombra è oscuro e silenzioso, calmo presso la costa, ma letale al largo. In più punti affiorano affilati scogli, per le galee che solcano la sua superficie. Dall’alto dell’albero maestro il marinaio lancia un grido di allarme, ma spesso la reazione del timoniere è lenta, il vento incalza la vela con troppo ardore, e la barca vira troppo lentamente. Il tempo sembra fermarsi durante la virata, e tutto resta sospeso, almeno fino alla tagliente esplosione del legno sulla pietra bagnata.
Adrik sedeva lungo la spiaggia, sopra una barca da pescatore ribaltata, e mentre osservava le onde pensava a tutto ciò. Un grigio mantello gli scivolava addosso, coprendo gli anelli d’acciaio della sua maglia e il fodero della sua spada. Zyra la chiamava, dalla lama larga e l’elsa in bronzo decorata nell’effige di Haki, il Dio dei mari metà pesce e metà uomo, Cavaliere delle Onde e Signore degli Abissi. Il volto dell’uomo, coperto da una barba ricciuta e scura, veniva carezzato dal vento salmastro, mentre i suoi occhi profondi studiavano l’orizzonte. Mirava lontano nell’assoluta certezza di poter presto avvistare qualcosa. Perché Adrik credeva nei sogni messaggeri, ed uno di questi lo aveva raggiunto la notte prima.
Sua moglie Jaline dormiva profondamente accanto a lui, nella fattoria sopra la scogliera. Dalla finestra la luna ammezzata occhieggiava all’interno della stanza. Adrik era sveglio, ma incapace di muoversi ed agire. La luna d’improvviso si spense e il volto del suo amico lontano gli apparve come sospeso sopra il letto. “Borgius”, provò a chiamare, ma le sue labbra erano sigillate. Allora il volto del suo compagno di avventure parlò, con un voce distante mille mondi. Gli disse: «Adrik mio amico, l’Orda ha oltrepassato la soglia. Ormai non c’è più tempo. Sto arrivando!» E mentre diceva ciò il volto scomparve. Era un sogno messaggero, un incantesimo che il suo amico Borgius conosceva bene e aveva già utilizzato in passato.
Adrik rammentava le vecchie avventure insieme ai suoi amici, prima di ritirarsi con la sua famiglia lontano dalle grandi città, sulla tranquilla scogliera dell’Isola di Udun. All’epoca il Continente era in subbuglio, le popolazioni in conflitto e i Signori dei Demoni cercavano il potere varcando cancelli proibiti. Insieme a Borgius e al povero Coral, aveva sfidato le creature più letali e terribili fuoriuscite dai mondi paralleli, ed aiutato l’Ordine del Tempo a riportare la pace sul Continente. Ma, dopo quindici anni, la pace sembrava terminata.
Il sole scendeva lentamente verso la linea disegnata dalle montagne dell’isola. Era un ottobre gentile, che dispensava giornate tiepide e luminose. Eppure da qualche giorno Adrik aveva notato l’accumularsi di strane nubi verso est, lungo la costa occidentale del Continente.
L’uomo guardava la linea d’ombra avvicinarsi alla spiaggia, mentre il vento del tramonto incominciava ad alzarsi. Lungo l’orizzonte del mare calmo, qualcosa incominciò a delinearsi. Era una galea leggera, che puntava diritta verso la spiaggia. Ben presto Adrik individuò l’uomo seduto a prua. Teneva la testa ben alzata e si puntellava in avanti con la spada, infilzata nel legno della barca. I suoi lunghi capelli scuri ondeggiavano nella brezza marina. Borgius e la sua Eeva. Così amava chiamare la sua lama, non una spada ma una signora. Era lunga più del normale e aveva l’elsa calibrata in modo da poter essere utilizzata con entrambe le mani. Il grosso smeraldo incastonato poco sopra l’impugnatura era di origine magica. Borgius sarebbe potuto diventare un potente mago, ma aveva sempre preferito i campi di battaglia alle biblioteche. Ciononostante conosceva la segreta arte dei cristalli e la telepatia, oltre ad altre forme più comuni di potere.
L’amico alzò la spada al cielo in segno di saluto. Adrik rispose al gesto, mentre il suo volto si colorava di un sorriso raggiante.
«Figlio di un cane! Era l’ora che tu arrivassi!!» gli gridò incontro il guerriero.
Dalla barca si levò una specie di urlo, che subito si trasformò in un canto. Erano le parole di una vecchia canzone che i due compagni conoscevano bene. La cantavano insieme, quando c’era anche Coral, e marciavano senza paura verso un oscuro destino. Faceva così:

“Che importa se la strada già è battuta
dalla vecchia signora di nero vestita
che venga a derubarci della vita
tanto ormai l’abbiamo già vissuta”

Sorrideva con tristezza il guerriero mentre ascoltava il canto, perché la sua mente tornò a quel triste giorno in cui Coral perse la vita per salvare la loro. Gli occhi gli si fecero lucidi per un attimo, ma il vento del mare asciugò il ricordo, e la voce ormai vicina del mago lo coinvolse nel canto. Borgius si gettò verso la spiaggia prima che la galea si incagliasse nella sabbia, e Adrik gli venne incontro muovendo forti passi contro le onde. Giunti l’uno davanti all’altro, i due si abbracciarono violentemente, quasi in un rituale di lotta. Era bello rivedersi dopo così tanti anni.
«Per i mille squali di Haki, sei rimasto tale e quale! Fatti guardare!» Adrik prese il volto dell’amico tra le sue grosse mani e l’osservò.
«Che stregonerie vai facendo con il tuo volto!»
Borgius sorrideva con i lineamenti di un ragazzo, ma i suoi occhi erano quelli di un uomo.
«Non io… ma ho un paio di amici che conoscono dei trucchetti! Invece te sei ingrassato! Ma la forza è quella di un tempo, non c’è dubbio» ammise il mago, cercando di divincolarsi dalla stretta.
Dopo aver gridato alcuni ordini all’equipaggio, Borgius seguì il compagno verso la riva. Il sole sprofondava nel mare da qualche parte dietro l’isola, e la sera invitava i due compagni alla corte di un fuoco.
«Dobbiamo risalire la scogliera per raggiungere casa. Mia moglie ha acceso il forno di pietra per cuocere l’agnello. Poi abbiamo il nostro vino…» il guerriero faceva strada attraverso la spiaggia, e poi verso la parete di roccia.
«Proprio quello che ci voleva» commentò l’amico che lo seguiva dappresso.
Era quasi buio quando raggiunsero l’abitazione di Adrik. Una donna dai lunghi capelli castani venne loro incontro, accompagnata da un piccoletto riccioluto. Un cane si fermò proprio davanti alla madre e il bambino, per scrutare le due figure che risalivano il pendio erboso. Appena riconobbe il suo padrone, Haris, vecchio pastore dal pelo ormai grigio, gli corse incontro per fargli le feste.
«Guarda quel frugoletto, amico mio» disse Adrik mentre carezzava il cane. «Non ci crederai, ma già monta a cavallo da solo. E vuole pure che gli forgi una spada tutta per lui»
«Ha il sangue del guerriero, e scommetto che ha ereditato anche la tua testardaggine» commentò Borgius.
La cena fu allegra ed abbondante. I due amici parlarono dei vecchi tempi, come se avessero aperto un diario di ricordi. Il nome di Coral venne pronunciato spesso, accompagnato ogni volta da un breve ma profondo silenzio. Poi Jaline portò il Liquore di Udun, la forte bevanda ricavata da alcune rare erbe presenti solo su quell’isola.
Joki, il figlioletto di Adrik, avrebbe voluto rimanere insieme al padre e all’amico appena arrivato, ma la madre lo sollevò dal suo posto a tavola e lo portò, non senza alcune proteste, nella sua cameretta. I due guerrieri rimasero soli davanti al camino che scoppiettava. Entrambi sapevano che era giunto il momento di parlare d’altro. Avrebbero preferito rimanersene a bere tutta la notte, come facevano ai vecchi tempi, nelle locande delle grandi cittá. Ridere, scherzare, lasciandosi andare all’ebbrezza e poi al torpore dell’alcol. Ma non potevano permetterselo. No.
La tempesta stava arrivando.
«Partiamo domani» annunciò Borgius.
«Lo so…» rispose Adrik. E mentre osservava sua moglie rientrare nella stanza, sentì il suo cuore diventare pesante. No, non poteva ignorare quel presentimento, quella sensazione triste ed inequivocabile che gli ghermiva l’anima. Doveva dirglielo.
Questa volta non sarebbe tornato.

Aeribella Lastelle – 2008

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