Le ragioni del drago. Ecco come voglio chiamarlo questo nuovo intervento. Le ragioni che ci hanno condotto sino a qui, volenti o nolenti. Una riflessione non astiosa, ma sognante, nel nostalgico mood di Cainos. Perché è stato lui a darmi il la su questi ricordi. Memorie perdute che diventano aneddoti distorti, pregni del profumo della leggenda.
Vorrei parlarvi delle ragioni, ma anche delle sensazioni che mi sono rimaste attaccate sulla pelle. Quelle non le cancelli neanche attraverso i secoli.
Le emozioni delle prime giocate. Il motorino sfreccia sulle strade bagnate di Scandicci. È arrivato settembre, i ragazzi sono tornati dalle vacanze… è tempo di giocare!
Sulla schiena lo zaino è pesante. Non ci sono i testi di scuola, ma libri di magia, pergamene incantate e pietruzze sfaccettate di origine magica. Tutto l’occorrente per farsi una bella girata nel regno della fantasia. Rifiutare la realtà, insieme a tutte quelle incomprensibili responsabilità che ti vogliono inculcare sin da ragazzo, diventa fin troppo facile. È un rifiuto naturale, giusto, puro. Il rifiuto di un bambino non più bambino che, malgrado tutto, vuole continuare a giocare.
Ancora qualche curva. Un paio di semafori. Ecco, la casa del Sirri, oppure la cantinetta del Cionko, o sempre più spesso la casa del Baba. I ragazzi sono in ritardo. Poco male, abbiamo il tempo di dare una controllatina alle schede. Ci aggiungiamo un paio di rifiniture, magari le pompiamo un po’, sempre se il master è d’accordo. Numeri, titoli, parole incomprensibili ai più. Può capitare che qualcuno ci sorprendi in questi strani rituali. Come biasimarlo se gli viene da pensare che abbiamo perso qualche rotella. Ce la siamo giocata a dadi con il master, mi verrebbe da dire. E allora mi scappa da ridere.
Responsabilità. Si ritorna su questa parolona, che continua a mettere qualcuno a disagio. La primaria ragione del drago era proprio quella di sfuggire a questa parola. Il disegno di qualcuno vendutoci come una regola universale. Responsabilità di figlio, dipendente, studente, cittadino.
E allora, cos’è che dicevo? Volenti o nolenti ci ritroviamo dopo vent’anni a ricordare il drago, chi più chi meno impigliato nella trappola dalla quale fuggivamo. Che poi una trappola non è mai stata… L’importante è continuare a respirare, ovvero a giocare. Si, perché per un vero giocatore di ruolo, giocare è come respirare. Una volta che smetti sei morto.
Per conto mio il gioco va avanti. Anche senza dadi e senza schede. Tavolo o schermo poco importa. Il pretesto esiste ancora. Sta a noi arrangiarsi, inventare, improvvisare. Gli ingredienti ci sono tutti. La componente essenziale bisogna metterla noi, se ci è rimasta. Vi ricordate come si chiama?
Già, proprio lei… la fantasia.
La giocata volge a termine. Abbiamo sconfitto terribili creature, risolto misteriosi enigmi, recuperato preziosi oggetti. Qualcuno è anche passato di livello. Qualcuno…
Si raccattano i dadi, ci si scambia dei manuali, le schede vengono premurosamente riposte nello zaino. Poi, poco prima di lasciarci, qualcuno dice: “Allora ragazzi, quando si rigioca?” Perché lo sapete no che le avventure non hanno mai una fine…
E voi, siete pronti per un nuova avventura?

Advertisements