LA MAGIA DI SCANDICCI
Novembre 13, 2008
É passato quasi un anno dalla fantastica reunion insieme a Master Walter, tra le mura amiche della ormai non più casa del Baba. Mi sembra che il tempo sia maturo per ricordare quegli eventi. La fantasia ha fatto il suo corso, e la storia è già diventata mito nella mia testa. L’occasione è propizia, anche perché si riallaccia ad un episodio narrativo appena scoperto, e pubblicato oggi insieme a questo articolo sul blog parallelo Willoworld Creativity. Entrambe le storie infatti parlano di Scandicci, periferia fiorentina e teatro delle scorribande di un gruppo di teenager in stile Stand by me. Scandicci è un po’ magica, e lo sappiamo bene noi che l’abbiamo vissuta. Le colline, la Roveta, la chiesa sconsacrata sopra l’Anastasia, la casaccia a Vingone, il cimitero… Cosa è rimasto della vecchia Scandicci? A me piace pensare che queste storie ce la possano continuare a ricordare, nel modo in cui la vedevamo da ragazzi. Un po’ magica, appunto…
Il 24 Novembre 2007 DM Wolly, nel masterizzare l’ultima avventura dopo dieci anni di lontananza dal tavolo da gioco, decise di riportare alla luce un episodio legato a Ghosts, un gruppo di ragazzi che scorrazzava per Scandicci a caccia d’avventure negli ormai remoti anni ‘80. L’avventura girava attorno a una promessa non mantenuta. Riporto qua sotto gli appunti di quell’avventura, e più avanti cercherò di riordinare gli eventi, completando il quadro di questa ennesima testimonianza.
Venerdì 23 Novembre 2007 (un pensiero del giorno prima)
Domani sera si terrà un evento importante, DM Walter masterizzerà il vecchio gruppo dopo quasi dieci anni di inattività. Il tavolo è stato preparato, i dadi fremano nei nostri antichi sacchetti di pelle. Le schede, ingiallite dal tempo, sono pronte all’azione. Cosa succederà?
Non ho voglia di pensarci. Per adesso assaporo il momento, accarezzando la leggenda…
Sabato 24 Novembre 2007 ore 22:30 Casa del Baba
Inizio ultima giocata di Walter insieme a: Yuri, Mike, Dona, Mirko, Willo (Tommy sta arrivando da Arezzo). Ognuno interpreta se stesso nel nostro tempo.
Ore 22:41 – Primo momento goliardico: Yuri ci minaccia tutti «M’avete fatto bocciare in prima e seconda superiore!»
L’avventura incomincia otto giorni fa, il 16 Novembre 2007. Il 13 Novembre, tre giorni prima, Walter è scomparso. Matteo chiama il Dona e gli spiega che dopo il turno di notte al McDrive di Roma, dove lavora suo fratello, nessuno lo ha più visto. Il Dona avverte il Willo per telefono e quest’ultimo mette subito il seguente annuncio sul suo blog.
Attenzione!
Walter è scomparso. Chiunque sappia qualcosa lo comunichi a questo blog. Manca da tre giorni, da lunedì mattina, dopo che si è recato a lavoro. Per favore contattateci! Qualsiasi informazione potrebbe tornare utile. Non è uno scherzo!
Willo
Sabato 17 – Vengono contattati Yuri, Mike, Black e Cesare.
Domenica 18 – Chiama Daniele Guzzo (che è in polizia), da Cuneo. Niente di nuovo.
Lunedì 19 – Il Dona contatta nuovamente Cesare. Successivamente il Giommo, il Dax, il Mauri e lo Ska a Londra. La sera Cesare viene ucciso.
Ore 23:53 Arriva il Tommy da Arezzo!
Martedì 20 – La polizia chiama il Dona per metterlo al corrente della morte del Nuzzi. È stato ritrovato nel suo vecchio Lab, con in gola una pergamena buddista, delle monete e una corda di chitarra.
Ore 0:29 – Secondo momento goliardico: Mirko offre «50 bocca-fica!»
Il Willo chiama il Gibbo che gli parla della vecchia band dei Ghosts e di una promessa non mantenuta, fatta alla fine degli anni ’80. Dovevano ritrovarsi alla mezzanotte del capodanno del 1999 nel campone davanti al cimitero.
Il Willo si fa mandare da Roma il libro di Walter sulla storia di Scandicci. Da molti giorni Walter lo consultava e se lo portava sempre dietro.
La sera il Dona, recandosi al campone davanti al cimitero, scorge un lampo di luce verde.
Walter ci appare in sogno e ci invita a prendere una scheda. Nel sogno ci ritroviamo a sedere intorno a un tavolo a giocare.
A notte inoltrata Romano, il padre del Giommo, chiama il Willo. Filippo è morto. Prima di ritornare a dormire, il Willo prova a contattare Davide Bandinelli, lo Ska e Maurizio per avvertirli. Il Giommo è stato ritrovato con dei fogli di legge in bocca…
Mercoledì 21…. Interruzione dell’avventura alle ore 1:48 con spiegazione.
Adesso ci vorrebbe Walter a precisare il senso della maledizione, la vecchia Villa sopra Scandicci, il pozzo, e tutti i dettagli attorno alla manifestazione dello stesso Walter che scende di notte con la sua alfetta rossa per uccidere i suoi vecchi compagni di avventure. Perché fu lui l’unico a mantenere quella promessa, a recarsi puntuale alla mezzanotte del 31 dicembre 1998 al campone davanti al cimitero. Ma i suoi compagni, rapiti da altre faccende (i libri di giurisprudenza, il buddismo, la chitarra…) non ricordarono. Walter sarebbe sceso ogni notte ad uccidere il resto della compagnia, il Dax, il Mauri, fino alla grande Londra dove oggi risiede lo Ska.
Perché le promesse non sfumano col passare del tempo, ma con l’abbandono all’età adulta.
Vi rimando alla gallery dell’avventura e al post che feci in suo onore. Se avete qualcosa da aggiungere, commentate pure. Scolpite anche voi la leggenda, alla maniera del Menestrello Virtuale. E leggete il racconto del Dax: Al di là del campo.
HARAK: LA MORTE DI UNO SCIAMANO
Giugno 16, 2008
ANNO 1012, 14 Vatermont.
Khanato di Ethengar.
Lo sguardo del grande Tabot si posò sulla maschera di falco del giovane sciamano.
«Poi andare ora. Non vi è altro da dire.»
Yamun ascoltò in silenzio, ma un attimo dopo ebbe uno scatto d’ira, e facendosi incontro al proprio maestro, rispose: «Non penso che questo sia il…»
Ma la voce del Grande Sciamano spezzò la risolutezza di Yamun.
«Ti ho detto che puoi andare. Non vi è altro da discutere. Almeno per ora.»
«Io volevo soltanto…»
«Yamun della famiglia degli Oktai, spirito del falco della tribù dei Taijits, fa come ti ho detto, prima che scordi chi tu sia. Và, ora!»
Askyn, il grande lupo grigio, rizzò le orecchie. Il suo muso si volse incuriosito verso il padrone. In silenzio Yamun Oktai si allontanò, lasciando Harak da solo insieme ai suoi pensieri. Sapeva di non poter ancora contare sul giovane Yamun, ma il sapere appreso, l’abilità con cui era riuscito a cavarsela nelle sue ultime avventure, la perspicacia dimostrata in più di un’occasione, erano la prova che il potere in lui stava crescendo. Questo Harak lo sapeva bene, soprattutto ora che era entrato in possesso degli “occhi del falco”.
Askyn si portò ai piedi del maestro, in un gesto di consolazione. Harak incominciò ad accarezzarlo, e con un sorriso prese a parlargli dolcemente.
«Tu sai, vecchio compagno, che non lo faccio solo per il bene di tutta la tribù, ma soprattutto per il suo bene.»
Askyn lo fissava, uno sguardo più simile a quello di un essere umano che a quello di una bestia.
«Non preoccuparti. Anche io gli voglio bene, e gli spiriti sono con lui.»
Ma in quell’istante Harak avvertì qualcosa dentro il suo cuore. Gli spiriti erano inquieti. La cosa lo insospettì. Era una sensazione che non faceva che confermare i recenti sospetti, presentimenti ai quali non aveva dato peso. Adesso però sentiva che doveva essere sicuro. Doveva andare a controllare di persona.
Si rivolse al grande lupo.
«Devo andare adesso.» E non disse altro.
Il lupo si accucciò in un angolo lontano della stanza. Seguì con lo sguardo il padrone che si avvicinava ai bracieri. Poi si mise a pulire con la lingua il suo argenteo pelo.
Lo sciamano aspettò ancora qualche istante prima di sedersi sul trono di pietra. Si trovava esattamente in mezzo ai due fuochi, che illuminavano la stanza di flebili sprazzi di luci multicolori. Le sue mani si protesero lentamente sino al cuore delle fiamme. Queste aumentavano d’intensità ad ogni parola del rituale che Harak pronunciava. Una luce verdastra si sparse per la stanza, un bagliore emanato adesso anche dal suo corpo. Esplose un lampo di luce accecante. Solo una attimo, poi tutto tornò nella penombra dei bracieri, che avevano ripreso a bruciare normalmente.
Nell’antro dello sciamano, Askyn ora era da solo.
Harak sentiva che c’era qualcosa di strano nel piano degli spiriti. Non riusciva a captare la loro presenza, e incominciò a sospettare che la causa di ciò fosse un’interferenza esterna. Presto ne ebbe la conferma.
Una figura oscura si avvicinava lentamente verso di lui. Harak cercava di identificarne la natura. No, non era un semplice spirito.
Quando si trovò a pochi passi dallo sciamano, la sagoma scura si fermò ed attese. Harak percepiva il considerevole potere che emanava. La figura era vestita di una tunica nera, decorata finemente da antiche rune argentate. Era immobile davanti a lui. In silenzio. Neanche un respiro…
Nonostante il potere emanato da quella misteriosa entità, Harak non provava paura, consapevole dei segreti di cui era depositario. Alzò la mano in segno di pace.
«Salve a te, chiunque tu sia, o chiunque tu sia stato. Harak è il mio nome, sciamano, spirito del lupo della tribù dei Taijits. E sono il Tabot supremo.»
Una voce stridula ed irreale sfuggì dall’oscurità del cappuccio.
«So qual è il tuo nome, sciamano. So quale spirito alberga in te. So chi sei. So tutto di te!»
Harak non parve molto sorpreso, come se avesse saputo quale sarebbe stata la risposta.
«Devo dedurre allora che il nostro incontro non debba considerarsi del tutto casuale», replicò ironicamente lo sciamano.
«Non era mia intenzione rivolgere le mie attenzioni verso di te, sciamano. Ma il tuo interferire ha contribuito alla morte del mio fedele servo, e ha impedito la venuta ultima del mio potere!»
«Ora penso di capire chi tu sia e cosa tu voglia.»
«Voglio soddisfare il mio desiderio di vendetta. Uno ad uno vi giudicherò e vi condannerò. Voglio tutti voi, e ora voglio te, Harak!»
«Sappi che non otterrai mai ciò che vuoi. Non puoi sconfiggermi, Lady Keflarel Quanafel!»
«Sei già stato giudicato. Ti porto la tua condanna!»
Un istante dopo Harak era già pronto ad agire. Ma la sacerdotessa, con una rapidità impressionante, protese le mani verso l’avversario. Harak venne avvolto completamente da una gigantesca nube di insetti neri, provenienti dalla terra. Lo sciamano conosceva il tipo di magia, ma ignorava le modifiche ad essa applicate. Erano insetti a lui sconosciuti.
Ma un secondo prima che quelle creature potessero morderlo, Harak sparì. La veste di zampe e corpi corvini si riversò al suolo davanti allo sguardo contrariato della sacerdotessa.
Askyn vide le fiamme dei bracieri crescere ed agitarsi. Un attimo dopo Harak riapparve, proprio nel mezzo ai due millenari sigilli. Lo sciamano sapeva che avrebbe dovuto agire senza indugio. Quella donna, creatura oscura, poteva raggiungerlo facilmente. Preparò il necessario alla divinazione. Memorizzò le parole, si concentrò sui movimenti. Ma nell’attimo in cui si apprestava a formulare l’incantesimo, Keflarel era già alle sue spalle, pronta a colpirlo con la sua mano, avvolta da un sortilegio potentissimo. Harak fece appena in tempo ad evocare dalla sua tunica l’ombra magica di un lupo, che si frappose tra lui e la sacerdotessa. L’ombra venne colpita dal sortilegio, e subito incominciò a saltare freneticamente, come in preda ad una danza mortale. Poi svanì nel nulla.
«Come? Rifiuti l’invito di una signora alla danza?» La voce sibilante della diabolica elfa coprì quella dei tamburi di Harak, che accompagnavano i suoi incantesimi. Ma lo sciamano questa volta non si fece sorprendere. La magia dei tamburi era rivolta a se stesso: una protezione.
Askyn con due balzi era già a ridosso dei contendenti, ma Harak lo fermò con un gesto. Poi si volse verso Keflarel.
«Non combatterò in questo antro sacro. Ti aspetterò nel luogo del nostro primo incontro. Quello sarà il campo di battaglia ideale.»
Così dicendo, scomparve alla sua vista. L’elfa guardò il lupo, che a sua volta aveva lo sguardo fisso su dei lei. Poi si voltò e seguì lo sciamano.
Si ritrovarono nuovamente uno di fronte all’altra. Si studiarono meticolosamente prima di agire. I loro movimenti erano quasi contemporanei.
Nove dardi incandescenti saettarono contro Harak che, grazie alla difesa magica creata nel proprio antro, riuscì a respingere contro la sacerdotessa incredula. Oltre ai dardi, una nuvola di giganteschi insetti piombò su di lei con una potenza d’urto poderosa. Ma quello che accadde dopo, sorprese non poco il vecchio sciamano.
L’elfa uscì quasi indenne da quella nuvola mortale, scrollandosi di dosso, con una facilità sorprendente, gli ultimi coleotteri rimasti attaccati al suo corpo. Si posizionò poi ad una distanza di apparente sicurezza, e scagliò contro il suo avversario un nuovo incantesimo. Anche questo venne respinto, non sortendo alcun effetto.
«Una banale magia del sonno», sussurrò a se stesso Harak, intuendo che l’elfa doveva aver finalmente scoperto quale sortilegio lo stava proteggendo; un “rifletti incantesimi”.
Lo sciamano allora si avvicinò e sferrò il suo attacco, evocando una tempesta di spiriti che si riversò ripetutamente sul corpo della donna. Ma lei non indietreggiò di un solo passo.
Non gradendo le ferite subite, Keflarel usò il suo potere per guarirsi e recuperare le forze perdute. Ma la sua condizione rigenerata durò poco. Harak tornò a colpirla con una potentissima scarica d’energia che fuoriuscì dalla punta del suo bastone. Tredici spiriti del lupo colpirono ripetutamente l’elfa, che non aspettandosi un attacco così impetuoso, indietreggiò di un passo. Poi un’altra tempesta, uguale alla prima, si abbatté nuovamente su di lei.
Harak vide l’elfa scaraventata all’indietro dai suoi ripetuti colpi. Sapeva bene che nessun essere a lui conosciuto avrebbe potuto resistervi. Ma Keflarel non era ancora sconfitta. Si rialzò faticosamente in piedi e, riacquistato il giusto equilibrio, scagliò un altro semplice incantesimo; una ragnatela magica. La protezione dello sciamano respinse gli effetti del nuovo incantesimo addosso al suo avversario. L’elfa, con una forza incredibile, si liberò dalla tela da lei stessa evocata.
«Davvero ammirevole, sciamano. Non immaginavo che tu potessi arrivare a mettermi in difficoltà!»
«Arriverò ad annientarti, oscura donna!» Ma queste parole non impedirono ad Harak di essere turbato da un brutto presentimento. Aveva dato fondo a quasi tutto il suo potenziale offensivo, ma l’elfa sembrava aver accusato solo in parte l’enorme potere riversatogli contro. Lo sciamano si vide costretto a richiamare lo spirito del grande lupo, che apparve accanto a lui, pronto ad eseguire ogni suo ordine.
«È tutto inutile. Anche se mi stai resistendo come nessun altro ha mai fatto, non riuscirai a fermarmi. Rafiel è con me! Ti mostrerò quello che in grado di fare colui che domina il tempo!» Alzò le braccia e, prima che potesse reagire, Harak si accorse che l’elfa aveva plasmato il tempo a suo piacimento. Erano diciotto i dardi che adesso galleggiavano nell’aria sopra di lei, e davanti a lui si ergevano due draghi rossi. Il grande spirito intervenne tempestivamente a protezione del maestro, e affrontò i due draghi da solo. Ne ferì seriamente uno con due poderosi attacchi.
Prima che i dardi della sacerdotessa scoccassero mortalmente, Harak riuscì nuovamente a difendere il proprio corpo con l’ennesima magia di protezione. I proiettili incantati colpirono una barriera invisibile e tornarono addosso all’elfa, che però non sembrò subirne gli effetti.
Harak non si perse d’animo. Evocò un’altra tempesta di spiriti, che danneggiò ulteriormente il suo avversario. Nel frattempo i grandi draghi avevano riversato sullo spirito del lupo i loro soffi infuocati. Eppure questi non erano bastati a sconfiggerlo. Lo spirito piombò con le sue fauci su uno dei draghi uccidendolo.
Ma il grande Tabot era alle strette. Gli erano rimasti pochi poteri. La sconfitta era vicina. Pronunciò la sacra parola degli spiriti, ma Keflarel Quanafel non ne subì alcun effetto.
«Perché ti ostini a non voler accettare il tuo destino! Mi trovo costretta ad usare contro di te il grande potere che Rafiel dona ai suoi sacerdoti!» Estrasse allora, da sotto il pesante mantello, un cristallo nero come la notte, attaccato ad una catena che teneva legata al collo.
«Il Cristallo dell’Anima, sciamano. Grazie ad esso avrò la mia vendetta!»
Un fascio di luce accecante, composto da una moltitudine di anime fuse fra loro, scaturì dal cristallo, investendo in pieno Harak. La forza d’urto fu impressionante, ma ciononostante lo sciamano restò in piedi.
«Non pensare di poterti disfare di me così facilmente, subdola creatura del sottosuolo. Harak non ha ancora terminato tutte le sue risorse!»
Dopo aver risposto con le parole all’elfa, curò completamente il suo corpo da tutte le ferite subite. Era l’ultima magia di guarigione rimastagli.
«Basta! Muori maledetto!» urlò istericamente l’elfa, scaricando nuovamente sullo sciamano il potere del cristallo. Ma Harak, grande sciamano del Khanato, passata l’orda di anime assassine, continuava a sorreggersi con l’aiuto del suo bastone incantato. Nello stesso istante, l’ultimo drago rosso riuscì ad avere la meglio sullo spirito del lupo. Poi, inferocito dalle ferite subite, si voltò minaccioso verso lo sciamano e vi si gettò contro. L’enorme creatura stava per abbattersi su di lui, ma con un semplice gesto della mano Harak la fece sparire, meravigliando ancora una volta il suo avversario.
«Non hai scampo Harak! Addio!» Ed una nuova immensa scarica luminosa, carica di anime infernali, si apprestava a fuoriuscire dal cristallo ed a travolgere lo sciamano. Harak, allora, fece un ultimo disperato gesto. Evocò le ultime due ombre di lupo racchiuse nella sua tunica, e le usò come scudo da frapporre alla furia delle anime. Ma quando il potere si liberò dal cristallo, la stessa Keflarel ebbe difficoltà a controllarlo. Le due ombre furono letteralmente spazzate via, e attutirono solo una minima parte della scarica. Harak ne fu travolto.
Ma Keflarel Quanafel non poteva credere ai propri occhi. Il corpo dello sciamano era allo stremo. Le ferite riportate avrebbero dovuto ucciderlo, ma lui, con un ginocchio a terra e lo sguardo abbassato, continuava ad aggrapparsi al suo bastone. Sotto lo sguardo incredulo della donna, Harak, il volto scavato dallo sofferenza, il corpo lacerato dalle ferite, riuscì a raccogliere le ultime forze. Grondante di sangue si rimise in piedi. Sembrava intenzionato a riprendere il combattimento, pronto a pronunciare un nuovo incantesimo. Ma invece abbassò la mano e posò il tamburo. Poi si mise a sedere, il bastone piantato davanti.
«Harak è ancora vivo, ma continuare questo combattimento sarebbe inutile. Sappi solo che il fuoco di vendetta che si estinguerà adesso in te, trova un nuovo campo fertile nel mio animo. Coltiverò e alleverò questo sentimento come fa una madre con il figlio. Lo sento ardere già dentro di me, più acceso del sole del deserto Alasyano! Ricordati che da questo momento il mio spirito reclamerà vendetta in eterno. E un giorno l’avrò. Fino a quel giorno, aspettami!!»
Lo sciamano chiuse gli occhi e, ritmando col tamburo una dolcissima melodia, intonò un canto greve che ricadeva su se stesso.
Keflarel si avvicinò alla figura del vecchio sciamano in meditazione.
«Hai dimostrato quanto vali.» E con un gelido tocco gli accarezzò il volto.
Nell’antro dello sciamano Askyn aspettava impaziente il ritorno del padrone. Ad un tratto si accorse che le fiamme dei bracieri bruciavano in modo strano. Si stavano consumando.
Non ci volle molto perché si spengessero del tutto, e in quell’istante apparve, seduto sul trono di pietra, lo sciamano. Era immobile. La testa gli ricadeva pesantemente su una spalla.
Askyn si avvicinò accucciandosi ai piedi del cadavere e incominciò a piangere.
Il corpo fu trovato il mattino dopo dallo stesso Yamun Oktai. Si accorse che il fedele lupo aveva vegliato le spoglie del padrone per tutta la notte. Nessuno riusciva a spiegarsi che cosa fosse successo al grande Tabot. Solo Yamun Oktai riuscì a scoprirlo, proprio la notte seguente.
Il suo corpo fu trovato il mattino dopo.
di Michele Boccaccio (1995)
LE MAPPE DI GIOCO 2
Febbraio 7, 2008
Ecco un paio di mappe dissotterrate dal passato. Reperti preziosi del tempo che fu!
VEDI ANCHE POST PRECEDENTE
LE MAPPE DI GIOCO
Gennaio 19, 2008
Le mappe hanno un significato importante nel gioco. Ci aiutano ad immaginare la scena e servono a indicare nel dettaglio le strategie di combattimento dei nostri personaggi. Col tempo, questi foglietti volanti, diventano delle vere e proprie reliquie, specie se chi le disegna è uno come il vecchio DM Walter.
Ecco qui una prima sequenza. Tre testimonianze delle quali due appartengono alla famosa avventura di Flora.
UNA LETTERA DI BIANCA BETULLA
Dicembre 30, 2007
LE SCHEDE DEI PG
Dicembre 19, 2007

Cosa sono in realtà le schede? Niente altro che una manciata di dati, cifre e parole che non hanno nessun senso per chi non conosce il gioco.
Ricordo un episodio di tanto tempo fa, quando i carabinieri fermarono il Sirri e il Cionko per un controllo. Stavano passeggiando tranquillamente per le vie buie di Scandicci, parlando di Elfi e di Signori dei Draghi.
I carabinieri li perquisirono e trovarono questi strani pezzi di carta, forse un piano strategico per un crimine segreto? Fecero delle domande, ma la cosa finì lì (anche se per un attimo i nostri amici pensarono di doverli seguire in centrale…)
Ma le schede dei personaggi sono ben più una semplice annotazione di dati. È vero che col tempo ci siamo abituati a giocare anche senza, poiché i nostri personaggi erano diventati ormai parte di noi. A quel punto numeri e parole significavano ben poco.
Ma le schede sono una testimonianza.
Le macchie di caffè e di birra (quelle del Dona erano veri e propri campi da battaglia), i disegnini e ricami che le abbellivano e naturalmente l’usura. La piegatura che diventava strappo, lo strappo che nasconde le parole, le parole che celano il segreto.
Ne ho recuperate qualcuna, non certo le migliori ma semplicemente quelle che mi sono capitate sotto mano (anche con l’aiuto di qualche giocatore interessato alla testimonianza). Se volete collaborare all’archivio, mandate pure.
Nel mezzo a questa carrellata c’è anche la fotocopia della scheda del grande Kevin Sollers, detective dell’incubo con una notevole conoscenza di miti (se non ricordo male).
















